XXVI domenica del tempo ordinario

Il Vangelo ci presenta la parabola dei due figli inviati a lavorare nella vigna. Siamo nel cap. 21 di Matteo, costruito fra l’accoglienza gioiosa che i discepoli riservano a Gesù che entra in Gerusalemme e la polemica con i sommi sacerdoti e le altre autorità religiose. Con il testo di oggi siamo ancora sul tema della chiamata a lavorare nella vigna, come domenica scorsa e domenica prossima, naturalmente ogni volta con differenti sfumature.

Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna = non è un comando da schiavi ma un invito rivolto ad un figlio che proprio in quanto tale è mandato nella vigna. È da cogliere la sottolineatura dell’oggi perché rimanda all’importanza del tempo presente, l’unico a disposizione, il momento buono: se ascoltaste oggi la sua voce! (Sal 95,7; cf Eb 4,8). Nella tradizione biblica l’immagine della vigna è molto importante, in quanto simbolo del popolo di Dio.

Non voglio. Ma poi, pentitosi, andò = questo primo interpellato è il figlio maggiore e dovrebbe essere quello più coinvolto verso il padre. E invece egli rifiuta in modo categorico l’invito: non voglio. Poi, però, accade in lui qualcosa che lo porta ad un totale cambiamento di rotta e che viene riferito con una sola parola: pentitosi. È interessante che il posto del primo figlio sia tenuto da chi appare più lontano dal padre. L’ascoltatore che si sente “il primo” in fatto di religiosità qui può sentirsi un po’ spiazzato.

Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì. Ma non vi andò = il padre chiama tutti i suoi figli. Questo secondo lo compiace a parole, ma poi non obbedisce. Ha verso il padre un atteggiamento ossequioso ma non sincero. È un po’ come quelli che Gesù avverte: non chiunque mi dice Signore Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio… (Mt 7,21).

Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Risposero: Il primo = la domanda aggancia e rinforza quella che il Signore ha posto all’inizio: che ve ne pare? E la risposta è facile, scontata. Così, attraverso la parabola semplice e breve, Gesù ha suscitato il giudizio nei suoi interlocutori che – ricordiamo – sono i capi del popolo ed ora può passare dal racconto fittizio alla realtà.

E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” = il Signore offre in maniera autorevole la vera lettura della situazione. I pubblicani e le prostitute, cioè i peccatori, quelli che stanno dalla parte sbagliata, sono disponibili alla conversione mentre sacerdoti, scribi e farisei, cioè quelli che si ritengono giusti, non sono disponibili. Giovanni è stato inviato per suscitare la conversione e chi gli ha creduto? Quelli stigmatizzati come peccatori. Invece i capi non hanno rinunciato alla loro presunzione di giustizia. Perciò Gesù dice loro che pubblicani e prostitute, categoria di disprezzabili e disprezzati, li precedono, stanno più avanti in vista del Regno dei cieli.
IL PERCORSO DELLA PAROLA DI OGGI

Nella prima lettura, dal profeta Ezechiele, risuona l’oracolo incentrato sull’annuncio della responsabilità personale di colui che pecca. C’è il superamento dell’idea che per le colpe dei padri siano puniti i figli e questo rappresenta una grande liberazione dall’oppressione di colpe non proprie. La dottrina della responsabilità personale rende la libertà a ciascuno: per l’ingiusto c’è la possibilità di cambiare e di volgersi al bene e per il giusto c’è il rischio di volgersi al male. Agli occhi di Dio nessuno è bollato come peccatore a vita e nessuno ha una patente di giustizia a vita. La bella notizia sta nel fatto che è sempre possibile la conversione, mentre il giusto deve stare attento a non presumere di se stesso e dei propri meriti.

Nel Vangelo vediamo quanto la profezia si realizzi. Il Figlio di Dio si avvicina e mangia con i peccatori, entra nelle loro case, li invita a seguirlo, perché il Padre lo ha mandato a cercare e salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). Scribi e farisei mormoravano contro questo stile di Gesù, per loro la società era rigidamente divisa in due, giusti e peccatori. Proprio a questi capi religiosi il Signore narra la parabola dei due figli per metterli davanti alla loro visione divisiva ed escludente, che negava a molti la possibilità di accedere alla salvezza. La visione di Dio è diversa: la salvezza è per tutti, c’è possibilità di pentimento e conversione anche per coloro che fanno fatica o rifiutano di aderire alla volontà del Padre. Per contro tanti vi aderiscono formalmente, ma senza vero affetto e libertà di figli.

La seconda lettura, dalla lettera ai Filippesi, ci mette di fronte al punto finale del percorso delle letture di oggi. A prima vista sembra che non c’entri molto, e invece ci da una nota molto profonda. Scrive l’Apostolo: Fratelli…rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi…Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo che non ritenne un privilegio essere come Dio ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo. S. Paolo lega l’unità (medesimo sentire, essere unanimi) all’umiltà secondo Cristo. È l’umiltà che non disprezza nessuno ma, anzi, si abbassa per servire l’altro. Solo assumendo i sentimenti di Cristo, possiamo costruire e vivere l’unità nella carità. Se il Verbo ha lasciato il trono di Dio (suo luogo proprio) per abbassarsi nell’Incarnazione, non dovremo noi scendere dai piedistalli della nostra superba presunzione (luogo improprio) ed entrare un po’ di più nella verità di noi stessi?
PENTIRSI

Nella seconda parte del Vangelo si insiste sul pentirsi, constatando che questo avviene in quelli etichettati come peccatori ma non in quelli auto-etichettati come giusti. Il pentimento è una esperienza del cuore, un’esperienza fortemente evangelica, oggi poco valorizzata e predicata. Il tema risulta, infatti, un poco fastidioso all’uomo contemporaneo che rifiuta di sentirsi colpevole. Il pentimento è l’esperienza del cuore che si sente andare in pezzi e trafiggere quando vede/riconosce il proprio peccato davanti alla misericordia di Dio. È un momento di grande grazia, che cambia la persona. Un’immagine molto vivida del pentimento la troviamo in Pietro quando incontra lo sguardo di Gesù dopo che lo ha rinnegato (cf Lc 22,61-62) ed anche nella donna peccatrice che sta ai piedi a Gesù (cf Lc 7,38). Per entrambi il pentimento si esprime fino alle lacrime. Per gli antichi Padri, le lacrime sono un dono da chiedere, una purificazione, alcuni le chiamavano secondo battesimo.

Pentirsi non è solo un atto momentaneo di fronte ad un singolo peccato, ma è un sentimento di sé, è la coscienza dell’essere peccatore di fronte alla bontà del Padre. Pensiamo alla preghiera del pubblicano al tempio (cf Lc 18), ripresa dal pellegrino russo del famoso racconto di Nemytov. La preghiera Signore Gesù pietà di me peccatore si accordava con il respiro e dava forma alla sua interiorità.

Un pentimento autentico porta sempre all’accusa di se stessi e alla conversione. Possiamo dire che la Parola oggi ci invita tutti al pentimento, alla conversione, a quell’umiltà che è riconoscimento della nostra personale verità di peccatori, bisognosi ad ogni istante della misericordia di Dio. Siamo in questa verità quando non si sentiamo superiori a nessuno, quando smascheriamo le nostre ipocrisie, quando cerchiamo e riconosciamo il bene e la presenza di Dio in ogni persona.

Giornata del migrante e del rifugiato

Oggi la Chiesa celebra la 109a Giornata del migrante e del rifugiato e la Parola illumina in qualche modo questa ricorrenza. Anche di fronte a tante persone e popoli in gravi difficoltà, il Signore ci chiama a conversione, ci chiede di abbandonare giudizi e pregiudizi, di guardare con i suoi sentimenti, di lavorare nella sua vigna formata dalla totalità dei nostri fratelli nella Chiesa e nel mondo intero. Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata, ci consegna sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete:

conoscere per comprendere, farsi prossimo per servire, ascoltare per riconciliarsi, condividere per crescere, coinvolgere per promuove, collaborare per costruire.

Alla fine, lasciamo risuonare anche in noi oggi la domanda di Gesù: che ve ne pare?

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