XIII domenica del tempo ordinario

C’è gente che vive di risentimenti. È gente eternamente scontenta di tutto, capace solamente di dare agli altri la colpa di tutti i mali, sia quelli della società sia quelli propri. La colpa non è mai loro, è sempre degli altri: e anche qualora ciò fosse vero – e può capitare – la reazione è da… “apriti cielo!”, nel vero senso della parola, ossia se potesse venire un fuoco dal cielo e bruciare la vita dei loro nemici, ci farebbero la firma! La parola “pazienza” non fa parte del loro vocabolario; la parola “perdono”, neppure; e trascorrono tutta la loro esistenza nel rancore e nella rabbia di essere maltrattati, considerati una nullità, rifiutati, non apprezzati, non valorizzati. E di conseguenza, il mondo è cattivo, la gente pure, per cui l’unica soluzione è di eliminare tutti dalla faccia della terra (tranne ovviamente se stessi e la piccola cerchia dei propri amici). Ma non si può certo trascorrere la propria esistenza al solo scopo di bruciare con un fuoco dal cielo i propri avversari. Ti rifiutano e ti disprezzano? Lasciali perdere e dirigiti da un’altra parte, e soprattutto guarda avanti e cammina. Di villaggi, in quella Samaria che va necessariamente attraversata, se si vuole arrivare in maniera decisa verso Gerusalemme, ce ne sono altri…

C’è anche tanta gente sbruffona, di quelli che “io sono capace di fare tutto”, “a me, nessuno mi ferma”, “io tiro dritto per la mia strada”, capace di fare qualsiasi cosa e di andare ovunque le venga richiesto. Salvo poi avanzare pretese: un tetto sicuro, una macchina, un luogo dove tirare il fiato ogni tanto, un buon stipendio… Eppure, ci sono luoghi in cui neppure gli sbruffoni hanno il coraggio di andare, perché ci vive un’umanità che non ha dove posare il capo, e con la quale è necessario condividere tutto: e allora, anche il più impavido tra gli sbruffoni alza bandiera bianca.

E poi ci sono gli eterni nostalgici, quelli che “tanti anni fa era tutto più bello”, quelli che “il mondo prima non era così brutto”, quelli che “anni addietro, quando facevamo qualcosa in paese o in parrocchia, c’era il doppio di gente”, quelli che “se ci fossero qui ancora mio padre e mia madre e vedessero che mondo ci hanno lasciato in mano…meno male che sono morti da tempo, così non vedono questo schifo”; oppure quelli che vorrebbero lanciarsi in qualcosa di nuovo, però sempre con il cordone ombelicale attaccato alla famiglia, vivere un po’ autonomi e un po’ bamboccioni, un po’ tradizionalisti e un po’ profetici, un po’ innovatori e un po’ nostalgici pure loro, perché in fondo il mondo da cui provieni ti dà sicurezze, e non staccarvisi mai del tutto nemmeno quando hai iniziato già a seguire la tua strada, ti permette di affrontare le crisi senza crollare, e quindi di sopravvivere a ogni tempesta.

Però, una vita così non è degna di essere chiamata vita… Vorrebbe dire tornare ogni volta sui propri passi, vorrebbe dire rimangiarsi quanto pensato, progettato e realizzato in forma autonoma, vorrebbe dire cercare di avere in pugno ancora la situazione che ti fa più comodo, come quando uno fa una scelta di vita di matrimonio o di convivenza e continua a conservare le chiavi della casa paterna per poter continuare ad andare liberamente a salutare i propri cari, facendo così sentire l’altra metà della propria vita persona amata e desiderata, sì, ma non tanto quanto “i miei di casa”.

E facendo così, non si fa altro che rivangare il passato, come chi torna due o tre volte ad arare lo stesso solco, convinto, in questo modo, di creare una profondità necessaria ad assicurare al seme protezione e custodia, quando in realtà il seme gettato in un solco troppo profondo soffoca e marcisce. E se muore nelle profondità della terra, a null’altro serve che a essere sepolto dalla terra: che senso ha, a quel punto, stare lì a rimpiangere un passato che non torna più proprio perché è passato, è morto, è sepolto? Occorre guardare avanti, pensare avanti, camminare in avanti, andare avanti. Sempre avanti. Anche se si rischia di sbagliare strada perché privi ormai di punti di riferimento.

Seguire Gesù – perché ormai l’abbiamo capito tutti che si sta parlando di questo, parafrasando il Vangelo di oggi – ha le sue esigenze e le sue fatiche, così come le sue grandi gioie, ma ha anche le sue condizioni:

non ci si deve ritenere superiori agli altri, e nel momento in cui riceviamo un contrasto, una critica, un appunto al nostro operato, questo deve divenire motivo di crescita, e non deve essere visto come un affronto gratuito al quale reagire in maniera altrettanto gratuita;

non si deve rivangare il passato pensando che sia meglio del presente e del futuro che ci si prospetta davanti. Il bene e il male sono presenti in tutte le epoche e in tutte le situazioni geografiche, umane, politiche, sociali: voler tornare al passato ritenendo il presente e il futuro troppo incerti per potercene fidare significa, in fondo, non avere fiducia nel Dio della Vita;

non si deve rimanere attaccati alla propria storia nel senso più “basso” del termine, ovvero quello di chi perde occasioni di crescita solo perché ha paura di lanciarsi a volare uscendo dal nido materno nel quale è stato svezzato.

Certo, le cose passate e sperimentate danno maggior certezza e sicurezza rispetto a quanto ci si prospetta davanti, magari in modo confuso e ancora ben poco definito. Ma con questo criterio, sarebbe vano ogni elemento di novità nella Chiesa; sarebbe vana la Resurrezione di Cristo, sarebbe priva di speranza la nostra vita, sarebbe inutile e dannoso dirsi cristiani.

Perché Gesù non vuole gente capace solo di voltarsi indietro a cercare sicurezze a ogni piè sospinto; vuole gente che guarda avanti, perché “avanti”, “domani”, e “oltre” sono tutti avverbi di Dio.

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