II domenica di Quaresima

Il cammino di Quaresima prosegue e si fa sempre più interessante e più profondo anche grazie al brano di Vangelo che caratterizza, come ogni anno, questa seconda domenica, definita, propriamente, “Domenica di Trasfigurazione”. In realtà, nel corso dell’anno liturgico, esiste un altro momento (il 6 agosto, Festa della Trasfigurazione) che ci invita a contemplare questo mistero nella sua completezza, ovvero come destino di gloria a cui la missione di Gesù è destinata, nel suo mistero di morte e resurrezione che porta a compimento la vicenda del popolo dell’Antica Alleanza (simboleggiata dalla Legge e dai Profeti, Mosè ed Elia). L’anticipo della gloria della Resurrezione è un tema che calza a pennello con il cammino della Quaresima: addirittura, secondo alcuni studiosi, il racconto della Trasfigurazione sarebbe una vera e propria narrazione, attraverso un linguaggio simbolico, della Resurrezione di Gesù, alla quale, storicamente, nessuno ha assistito di persona. Ecco quindi che Pietro e gli altri due discepoli, testimoni oculari di quanto avvenuto sul monte Tabor, avrebbero ispirato l’inserimento di questa esperienza all’interno dei testi evangelici per aiutare la comunità dei credenti a comprendere il fatto della Resurrezione.

Ma oggi non ci vogliamo concentrare su questo aspetto, bensì sulla voce che, al termine del brano, esce dalla nube che avvolse i protagonisti di quella vicenda: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!”. Tra gli atteggiamenti che abbiamo individuato in questo nostro cammino di Quaresima, infatti, dopo aver sottolineato la fatica della tentazione nel deserto, troviamo proprio quello dell’ascolto. La Quaresima è un tempo privilegiato di “ascolto”, ogni volta che abbiamo la possibilità di passare un po’ di tempo in compagnia solamente di noi stessi, perché in quella nostra solitudine riusciamo a individuare la voce di Dio, che ci parla attraverso il dono della sua Parola.

“Individuare la voce di Dio”, abbiamo detto, come se fosse la cosa più semplice di questo mondo: un mondo che non ci aiuta affatto a individuare questa voce, e molte altre voci in generale. Proviamo a ripercorrere la nostra “giornata-tipo”, e ci accorgeremo che, più che delle “voci”, quelli che ascoltiamo quotidianamente sono dei “rumori”, o alla meno peggio dei “suoni”.

Iniziamo con il suono, il più delle volte sgradito, della sveglia; arrivano poi i rumori della strada, il rumore dell’acqua della doccia, il suono della radio o della televisione rigorosamente accese per evitare che ci sia un silenzio troppo angosciate in casa, il suono delle campane (a qualcuno sgradito pure quello…) che ogni mattina ci fa balenare la domanda in testa se sia morto qualcuno oppure no (trattasi, invece, dell’Ave Maria), il rumore del motore dello scooter o dell’auto (che spesso sono una sorta di terremoto, più che di rumore), il rumore dell’autobus o del treno che si avvicinano alla pensilina o al binario e che ci preannunciano il solito quotidiano assalto alla diligenza, sempre quando non sia arrivato prima il suono dell’annuncio acustico di ritardo del treno, e allora partono una serie di altri suoni/rumori non sempre umani all’indirizzo del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Poi, finalmente, il dolce rumore della campanella dell’istituto scolastico, della sirena della fabbrica, della rotativa della tipografia, dell’ingranaggio della fresatrice, del disco del flessibile, del telefono dell’ufficio che squilla in continuazione, degli aerei che decollano ogni sei minuti proprio sulla nostra testa, dei clacson degli automobilisti inferociti, e chi più ne ha, più ne metta. Per poi tornare a casa, nel pomeriggio o in serata, e risentire gli stessi suoni lasciati al mattino, ai quali, magari, in tarda serata e lungo buona parte del cuore della notte, si aggiungono gli schiamazzi notturni dei “quattro amici al bar” sottostante le nostre finestre, che invece che voler cambiare il mondo, come auspicava Gino Paoli, puntano più a romperlo… soprattutto il beato mondo della pace e della quiete notturna.

E in mezzo a tutto questo pot-pourri di rumori, suoni e fracassi, risuonano pure delle voci, a volte gradite e gradevoli, come quelle che ci danno un buongiorno pieno di amore e di affetto, o che ci attendono a scuola per raccontarci la puntata del programma che ieri non siamo riusciti a vedere, o quelle dei bimbi della materna che, a manina, fanno la passeggiata lungo le vie del paese o del quartiere; a volte invece fastidiose e insopportabili, come quella gracida della mamma che viene subito dopo il suono della sveglia, o quella indispettita del papà che non trova mai camicia-calzini-scarpe-cravatta, o quella della vicina di banco in chiesa che non trova altro momento se non la messa per raccontarti gli esami che deve fare domani in clinica, e poi quella della prof di inglese che ti urla di tutto in madrelingua, quella del capo che ti fa capire che a lui non importa come lavori, basta che lavori, per poi concludere ancora, di sera, con la voce degli amici al bar, rimasti solamente in due, che invocano più volte il nome di Dio, e non certo per ottenere da lui una grazia…

E la sua, di voce? E la voce di Dio? Che fine ha fatto la voce di Dio, nella nostra giornata, in mezzo a tutte queste voci, avvolte loro stesse da rumori e suoni? Come possiamo ascoltare la voce di Dio nel corso di una giornata e spesso di una vita intera stordita da migliaia, milioni di altre voci e di altri suoni?

C’è poco da fare: occorre prendersi del tempo per ascoltare la voce di Dio. Occorre staccare un attimo, e cercare un luogo adatto, silenzioso, per ritrovare Dio. Occorre a volte fare come ha fatto Gesù con i suoi discepoli, salire sul monte a pregare. Occorre lasciarsi avvolgere dalla nube misteriosa della sua presenza, o da un torpore simile a quello che cadde su Abramo alla presenza di Dio, che forse ci metteranno anche un po’ di paura, ma di certo ci aiutano a far silenzio, a far zittire tante nostre voci inutili, pretenziose e presuntuose, perché risuoni nel nostro intimo solamente la sua voce e quella del suo diletto Figlio.

Ritagliamoci qualche spazio di solitudine, allora, anche se ci mette un po’ di paura. Perché dove non c’è solitudine non c’è silenzio; dove non c’è silenzio, non c’è ascolto; dove non c’è ascolto, non c’è Pasqua.

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