XXXIV domenica del tempo ordinario

Quando si parla di giudizio universale, il nostro pensiero va quasi immediatamente alla Cappella Sistina, a Michelangelo, a quell’affresco che ci affascina e ci inquieta per la sua potente plasticità, tra i corpi dei giusti attratti verso l’alto e i dannati trascinati verso il basso.

In questa domenica, lo stesso senso di stupore misto a disagio ci viene dal vangelo di oggi, con cui si conclude il capitolo 25 di Matteo e l’intero anno liturgico, nella solennità di Cristo Re.

Abbiamo lasciato da poco le vergini sagge entrate alla festa di nozze, mentre le stolte sono rimaste fuori. Abbiamo visto due servi gioire con il loro padrone – dopo aver raddoppiato i talenti – mentre un altro – malvagio e pigro – è rimasto nelle tenebre. E ora vediamo come una scena maestosa un Re-Pastore che fa una separazione tra pecore, alla sua destra, e capri, alla sua sinistra.
E alle prime dice: “Venite, benedetti dal Padre mio!”

C’è un regno, dice Gesù, “preparato fin dalla fondazione del mondo”: è il regno il cui re è il Figlio dell’uomo, cioè il Cristo. È un regno dove ogni azione umana, anche il più piccolo gesto, prende senso, valore, spessore. Un regno dove Gesù stesso sembra superare la distinzione “credenti e non credenti”, che tante volte domina nei nostri criteri umani (ed ecclesiali), per parlare di “coloro che hanno vissuto d’amore” e “coloro che non hanno vissuto d’amore”. Infatti ci possono essere azioni compiute da chi non crede che si pongono nella prospettiva del regno, e ci sono azioni compiute dagli abituali frequentatori di chiese che contrastano con la logica dl regno. È il regno dove verremo giudicati sull’amore. E dall’Amore.

Il Re è lui, Gesù Cristo; e i membri di questo regno non sono “sudditi”, perché tutti coloro che hanno ricevuto il battesimo, inseriti in Cristo sacerdote, re e profeta, prendono parte di questa regalità, dove regnare significa servire, amare.

Ma, non solo: questo regno è per tutti gli uomini, in particolare per quelli che il vangelo chiama “i piccoli”. E tra Cristo Re e i piccoli c’è una vicinanza così stretta (è la più grande rivelazione di Matteo) che si può parlare di identificazione. Gesù è l’affamato, l’assetato, il nudo, lo straniero, il malato, il carcerato: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Torniamo a dare ancora uno sguardo alla scena del giudizio. Cristo è raffigurato in alto, seduto sul trono della sua gloria. Anche nella iconografia tradizionale Gesù appare in atteggiamento solenne, al centro dei due quadri dove sono rappresentati da una parte i dannati e dall’altra i beati.

Ma il vangelo ci invita a pensare che Cristo afferma la sua regalità solo dopo aver annullato ogni forma di regalità umana, mettendosi dalla parte dei piccoli. Non gloria, non onori, non gli “osanna” della domenica delle palme, ma il buio del venerdì santo, il trono della croce, una corona di spine, in compagnia di due ladroni. Lì, sulla croce, il Figlio offre al Padre “il regno eterno e universale: / regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, / regno di giustizia, di amore e di pace” (Dal prefazio di oggi).

La cosa che ci sorprende di questo vangelo è che i giusti (come poi i dannati) risponderanno al Pastore: “Quando ti abbiamo visto in tutte queste persone?”. È il paradosso della vera carità cristiana. Per chi vive in Dio, l’amore per il prossimo è una conseguenza naturale, che si compie senza troppi ragionamenti, senza sapere che ciò che si sta compiendo lo si sta facendo a chi ora sta giudicando il mondo. è quanto è accaduto ai santi. Pensiamo a Martino di Tours, che fa dono di metà del suo mantello al povero e solo dopo – secondo alcune tradizioni in sogno – gli appare Cristo rivestito di quel mantello.

Gesù depone tutte le insegne della sua regalità e si nasconde nell’oscurità della creatura umana più fragile, più umile e dimenticata.

È lo scandalo presente in tutto il vangelo, lo scandalo di un Dio che si umilia, nascondendosi nel povero per poi rivelarsi alla fine di tutto: è un Dio che sceglie la via discendente, sempre più discendente, fino all’abbassamento totale. Per questo diciamo nel Credo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. È re perché si è abbassato. È pastore perché si è fatto agnello.

Se vogliamo incontrare Cristo e condividere la sua regalità, sappiamo ormai qual è la strada da seguire. Gesù si nasconde nel piccolo e ci dice: “Se accogli i piccoli, mi troverai”.

Ci dice ancora: “Mi troverai anche in te stesso, se ti farai piccolo”.

È molto semplice: tutto si gioca nel rapporto con i piccoli. È su questo rapporto che Gesù ha costruito la sua regalità. È su questo rapporto che noi costruiamo, giorno dopo giorno, la nostra eternità.