XXXIII domenica del tempo ordinario

Camminiamo a passi veloci verso la conclusione grandiosa dell’anno liturgico. Sempre di più si staglia davanti ai nostri occhi la grandezza di Dio, la sua maestà, la sua bellezza, lo splendore della sua giustizia. Una giustizia che confina con l’amore.
Dio, anche quando stigmatizza l’ingiustizia dei perversi e dei superbi, non è vendicativo. Dio non è dispettoso. Dio è giusto. Il male che ci circonda, si spiega chiaramente con le parole di Gesù: un albero buono dà frutti buoni, un albero cattivo dà frutti cattivi. I disastri dell’ingiustizia e quelli compiuti dall’uomo perverso, sono scolpiti tragicamente nella natura, nel cuore dell’uomo indurito e ingiusto, nell’odio che allontana e crea fossati. Dio è sempre misericordioso e perdona. Siamo noi che non perdoniamo e non abbiamo le viscere amorose di Dio.
Pensando che lui ritornerà a ricomporre l’unità dell’universo, dobbiamo domandargli la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua tenerezza.
C’è una forma di giustizia quotidiana che consiste nel valorizzare appieno le proprie capacità, dando dignità alla vita. Paolo, riflettendo sulla sua esistenza, scrive ai cristiani di Tessalonica: “Prendetemi come modello. Io ho mangiato il pane che ho lavorato con il sudore della mia fronte, faticando giorno e notte, per non essere di peso ad alcuno di voi. Lavorando ho acquistato il diritto al giusto nutrimento. Stia attento chi sfrutta le situazioni per vivere una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. Questa persona non sta camminando verso il Regno di Dio, sta continuando a praticare uno stile di vita ingiusto, pigro, disdicevole. Io vi ho dato un altro esempio”.
Paolo, incarnando la sua umanità autentica nella vita feriale, diventa modello dell’uomo che appartiene al futuro di Dio, al suo regno.
Anche Gesù ci mette sull’avviso riguardo ai tempi futuri e ci chiede di vigilare in attesa di Dio che viene. Parla di guerre e di rivoluzioni. Tutte esperienze che ci terrorizzano.
Gesù sembra guardare questa realtà con distacco. Si tratta di segni.
Al Maestro sta a cuore ogni perseguitato per il suo nome. A lui promette forza, incoraggiamento, sostegno.
Prima che avvenga il sommovimento della creazione e del mondo, ci sarà la persecuzione. I credenti sperimenteranno ogni violenza, ogni giudizio infame, la prigione, il disprezzo.
Sapranno accogliere la prova per il nome di Gesù. Per un amore più grande. Per un premio che non si corrompe. Per il bisogno di somigliare, nella maniera più fedele, al Signore.
Gesù lo sottolinea: “Quando vi perseguiteranno si apre davanti a voi l’occasione favorevole per dare testimonianza”. Lo dice sottintendendo che quella testimonianza è un vanto, una ricchezza, un dono di grazia, un dono dello spirito.
Quando questa certezza si consolida nel nostro cuore, non abbiamo più bisogno di preparare autodifese. Gesù stesso ci darà parola e sapienza, così sovrabbondanti e irresistibili, che gli avversari non potranno in alcun modo controbattere.
Le persecuzioni più diverse, alle quali è esposto il credente fedele, colui che ha dato se stesso per il Signore, sono occasione di gioia, sono il distintivo della sua appartenenza a Gesù.
Potranno essere anche i più vicini a tradirci e a ucciderci e a odiarci a causa del Suo nome. Non dobbiamo avere mai paura. Qualsiasi cosa avvenga, anche nelle relazioni più feriali e quotidiane, Gesù ci rassicura: “ Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. La nostra certezza è questa: ogni atomo della nostra persona è curato da Dio. Dio non permette che venga deturpato da alcuna violenza perché, anche la parte più piccola di noi, è cara al Signore ed è posta sotto la bontà del suo amore.
A noi, però, Gesù affida un compito legato alla fedeltà. Ci chiede di essere perseveranti. Avremo momenti di smarrimento, momenti di paura, tentazioni che ci possono portare a tornare indietro. Noi siamo chiamati alla perseveranza. A guardare avanti. A non avere ripensamenti.
Soltanto la perseveranza può salvare la nostra vita.
Di che cosa dobbiamo avere paura? La fedeltà al Signore è la nostra incrollabile certezza.

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