XXVIII domenica del tempo ordinario

Da domenica scorsa ascoltiamo il capitolo 10 del Vangelo di Marco. Gesù lascia la Galilea per dirigersi verso la Giudea, compiendo l’unico viaggio a Gerusalemme descritto dall’evangelista. E’ un tempo di insegnamenti per i suoi discepoli.

Oggi il Vangelo ci presenta un incontro che avviene per strada. Il racconto è organizzato in due quadri: il dialogo di Gesù con un “tale” e, a seguire, il dialogo con i discepoli. Questo brano è riportato anche negli altri sinottici. In Mt il “tale” alla fine è definito come “giovane” (cf.Mt 19,16-29) e di qui l’episodio è conosciuto come quello del “giovane ricco” mentre in Lc si tratta di un “capo” (cf. Lc 18,18-30).

L’interlocutore mostra venerazione per Gesù prostrandosi davanti a Lui e chiamandolo maestro buono, un aggettivo che nell’AT è proprio di Dio il quale fa cosa buone ed è benevolente (cf Sal 117,2: Celebrate il Signore, perché è buono). Poi, pone la sua domanda: che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? Non è una domanda da poco! Per gli ebrei la vita eterna era la vita dei giusti presso Dio e per molti era in messa in rapporto alla risurrezione. Il verbo ereditare ha il significato di ricevere in dono e rimanda soprattutto all’azione gratuita di Dio (ereditare la terra, il regno del cieli, la benedizione, le promesse).

Gesù risponde indicando i comandamenti della Legge come riferimento per la vita del giusto. Aggiunge “non frodare” che nella Bibbia è per lo più riferito al salario, unico sostentamento degli operai e dei poveri. L’uomo risponde che i comandamenti li custodisce da sempre; vuol dire che sono la sua norma di vita e che vive una religiosità fedele e osservante.

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Gesù rivolge all’uomo uno sguardo profondo, sguardo di attenzione e considerazione. Tra i racconti sinottici, solo l’evangelista Marco lo coglie così come coglie la reazione dell’altro nel versetto successivo. E solo lui nota che lo sguardo di Gesù è in relazione con l’amore: guardandolo lo amò. Poi Gesù esorta quel “tale” a liberarsi dei suoi beni beneficando i poveri e lo chiama a seguirlo. Ma di fronte a questa proposta, l’uomo cambia volto e si rabbuia, non accoglie la chiamata e si allontana nella tristezza. L’evangelista svela la causa della sua reazione: possedeva infatti molti beni.

Veniamo al secondo quadro. Il Signore, spinto da quanto avvenuto e verosimilmente amareggiato, rivolgendo la sua attenzione (lo sguardo) ai discepoli fa una considerazione grave sull’ostacolo posto dalle ricchezze per entrare nel regno di Dio e sottolinea la difficoltà con l’ipotesi paradossale del cammello che potrebbe passare per la cruna dell’ago.

La reazione dei discepoli ci fa comprendere che è un discorso che colpisce; essi restano sconcertati e stupiti. E si domandano: E chi può essere salvato? dal momento che tutti sono attaccati alla ricchezza, poca o molta che sia.

Gesù, guardandoli ancora (= amandoli), rivela che solo a Dio è possibile la salvezza. Ne consegue che bisogna affidarsi a Lui e non contare sulle proprie forze. Allora Pietro fa notare che loro hanno lasciato tutto e accolto la chiamata. C’è, inespressa, la domanda che il Vangelo di Matteo rende esplicita: che cosa ne avremo? (cf. Mt 19,27).

E Gesù li assicura che riceveranno la vita eterna e non solo: una grande ricompensa (il centuplo) è data già su questa terra a coloro che lo seguono (insieme a persecuzioni, che è una nota di realtà).

Il brano di oggi è ricco di spunti, ancor più se lo collochiamo nel contesto dei capitoli 8-10 del Vangelo di Marco. Nel capitolo 10 Gesù approfondisce con i discepoli le esigenze della sequela relativamente ad aspetti importanti della vita: il matrimonio, le ricchezze, l’autorità.

Il tema delle ricchezze è scottante perché mette in gioco le nostre paure e il nostro bisogno di appoggi per affrontare la vita. Chi vuole seguire Gesù si trova a fare i conti con questo tema. La questione è molto affrontata nei Vangeli: i beni tendono ad essere un impedimento per la vita di fede. Non è detto che siano illegittimi (ma spesso lo sono) o cattivi in sé; il problema è il rapporto di attaccamento che abbiamo con essi. L’avere è una delle maggiori tentazioni e si concretizza soprattutto nelle ricchezze materiali (ma non esclusivamente).
Ciò che manca: la libertà.

Cerchiamo di immedesimarci con il “tale” che interpella Gesù per ritrovarsi, a sua volta, interpellato da Lui. Certamente ci può rappresentare. Chi è? Cosa vuole? Cosa cerca? E’ presentato come un uomo pio, un praticante inserito nella vita religiosa della comunità. Il suo desiderio di vita eterna è importante e sacrosanto. Alla fine scopriamo che è anche ricco. Nonostante la condizione positiva della sua vita, questo “tale” vive una mancanza, prova una insoddisfazione, c’è qualcosa che non è vissuto bene, c’è il desiderio di un di più.

Intuisce giustamente che quel maestro buono potrebbe aiutarlo.

Gesù mette in luce il problema di fondo: quest’uomo non è libero, è bloccato nel cuore. Dov’è l’ostacolo? Nei molti beni che possiede. Invece di essere un aiuto, sono un laccio. Perciò Gesù lo incoraggia a vendere i suoi averi, cioè a “svuotarsi”, a rendersi “mancante”. In questo vendere sta la liberazione del cuore, da questo distacco nasce la libertà che permette di aprirsi ad accogliere l’invito di Gesù a seguirlo. Quel di più che il “tale” cerca, infatti, è Gesù e il suo Vangelo.

Parlare dei nostri attaccamenti e dei necessari distacchi non deve spaventare. I racconti evangelici ci presentano a volte una risposta immediata nella sequela dietro a Gesù, come se fosse una cosa facilissima. E’ un modo di raccontare che vuole sottolineare l’importanza di seguire Gesù, ma poi la conversione del cuore è un cammino che dura tutta la vita, e non sempre è in linea retta. L’importante è percorrerlo imparando a porre solo in Dio la nostra certezza. Qui c’è la questione della fede. Ai discepoli che hanno fatto il passo del distacco liberante per mettere Lui al centro, il Signore assicura in verità che non si perde nulla e che, al contrario, si guadagna tutto. La Parola di Dio oggi chiama tutti a conversione sul tema dell’attaccamento alle ricchezze, anche chi è “religioso e praticante” da sempre come il “tale” che incontra Gesù. Infatti ci si può impegnare tanto ad essere religiosi ma senza abbracciare realmente il Vangelo.
Libertà per la comunione.

È molto importante notare che Gesù non dice di lasciare i beni e basta, ma di farli arrivare ai poveri. Lo svuotarsi delle proprie ricchezze si trasformerà in ricchezza per altri, per i poveri e allo stesso tempo non ci sarà perdita perché il tesoro sarà conservato presso Dio. Gesù sta dicendo che le ricchezze servono per la comunione, il loro significato non sta nell’essere oggetto di possesso e gratificazione individualistica, ma oggetto di condivisione e dono. I beni hanno una dimensione comunitaria. Anche questo rientra nello sguardo nuovo che il Signore richiede a chi vuole seguirlo.
Tutto e’ possibile a Dio.

In questa frase sta il punto di speranza per tutti. Desideriamo la vita eterna, la pienezza di comunione con Dio. Ebbene, il Signore ci rivela che questa salvezza desiderata è attingibile, è pronta per noi se ci apriamo ad accoglierla. La riceviamo nel fidarci di Lui, camminando nella libertà che ci propone. La sequela dietro al Signore ci appare difficile, certamente è esigente rispetto alle nostre tendenze naturali, ma Gesù ci rassicura della potenza dell’opera di Dio in noi. Dobbiamo vivere in questa fiducia che è anche una speranza certa. Diversamente ci troveremo a constatare che salvarsi da soli è impossibile agli uomini.

Le altre letture sono particolarmente utili per in relazione al messaggio del Vangelo. La prima, dal Libro della Sapienza, ci invita al cambio di sguardo su ciò che è vera e autentica ricchezza: implorai e venne in me lo spirito di sapienza… stimai un nulla la ricchezza al suo confronto… tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia… L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Questa sapienza è Cristo, sapienza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1,24). Anche il salmo ci fa’ chiedere di trovare la nostra sazietà nel godere dell’amore del Signore, fonte di gioia eterna. Infine, la seconda lettura, dalla Lettera agli Ebrei, ci parla degli occhi di Dio che ci conosce profondamente e dell’effetto della Parola divina. Nel Vangelo vediamo Gesù posare lo sguardo si chi ha di fronte e far luce nell’animo degli interlocutori con la sua Parola. Così fa con noi oggi.

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