XXVII domenica del tempo ordinario

Che cos’è la fede? E soprattutto, come si misura, come si determina? In base a quale criterio possiamo dire che una persona ha più fede o meno fede di un’altra? Quella che a noi balza direttamente agli occhi è la frequentazione dei luoghi di culto da parte di un soggetto. Quando vediamo qualcuno andare spesso in chiesa e partecipare con frequenza alla vita della comunità parrocchiale, ci viene quasi di immediato da pensare che quella è una persona che ha fede, identificando così la fede con la “pietà”, ovvero quantomeno con la dimensione liturgica e sacramentale, visto che con fatica possiamo determinarne la dimensione più profonda, cioè quella spirituale. E ci capita pure di manifestare un senso di inadeguatezza, o addirittura di inferiorità, rispetto a chi, ai nostri occhi, dimostra una fede forte e poco comune: “Tu sì che hai fede”, “Io non ho tutta quella fede che hanno certe persone”, “Anche a me piacerebbe credere come fanno tanti”, sono tutte espressioni che fanno parte del nostro lessico abituale.

Fortunatamente, il contatto più frequente con la Parola di Dio e in modo particolare la lettura del Vangelo di Luca che ci sta accompagnando in questo anno liturgico, ci aiutano a comprendere che non è esattamente così, e che la fede di una persona non si misura dalle volte in cui va a messa, o dalla sua osservanza delle norme e dei precetti della religione, o dalla sua irreprensibilità morale: altrimenti, il sacerdote e il levita della parabola del samaritano, così come il fratello maggiore del figliol prodigo sarebbero certamente da additare a esempi di fede, data la loro irreprensibilità di fronte ai comandamenti di Dio. Il quale, tuttavia, non guarda certo all’esteriorità del culto e alla apparente santità di vita, ma a quegli atteggiamenti del cuore che – il Vangelo di Luca ce lo ricorda in mille modi – si traducono spontaneamente in gesti d’amore, di carità, di servizio ai fratelli.

È proprio questo modo nuovo di interpretare la fede che spinge i Dodici a implorare a Gesù una fede più grande: “Accresci in noi la fede”. Questo grido, che spesso è anche il nostro grido, a me sa molto di incapacità ad assumersi ognuno le proprie responsabilità. Chiedere a Dio che sia lui a dare maggior spessore alla nostra fede può significare, in fondo, che la fede è un dono di Dio al quale pensa lui in tutto e per tutto: Dio ci dona la fede, la aumenta in seguito alla nostra richiesta, ci fa diventare sempre più santi con una serie di pratiche da lui determinate, e noi siamo a posto, siamo salvi facendo il minor sforzo possibile. Io non sono così convinto che la fede sia un regalo concesso da Dio all’uomo e preconfezionato in modo tale che l’uomo deve solo invocarlo e accoglierlo: sono invece convinto che il dono di Dio è la Rivelazione, l’annuncio del messaggio, la storia della Salvezza fatta carne nel Figlio, a cui l’uomo è chiamato a rispondere appunto con il proprio assenso, appunto con la fede.

Ciò che dobbiamo chiedere a Dio, forse, non è una maggior quantità di fede, ma di farci comprendere cosa significhi credere in lui, perché la nostra risposta alla Rivelazione del suo amore sia adeguata. Ecco allora il perché della risposta che Gesù dà nel Vangelo: non è questione di “quantità” di fede, perché per quello sarebbe sufficiente averne tanta come un seme di senape. La questione è: cos’è la tua fede, cosa significa credere. E Gesù non fa altro che ribadire quello che da diverse domeniche, ormai, cerca di metterci in testa: la fede non è un insieme di precetti da osservare o di leggi da rispettare (come era nell’esperienza del popolo dell’Esodo), ma è vita di carità, di attenzione agli altri, di cura verso i poveri. In una parola, la fede è mettersi a servizio.

È mettersi a servizio dell’umanità sofferente, caduta sotto i colpi del male, come fece il buon samaritano; è mettersi a servizio di Cristo, che passa in mezzo a noi come ospite e pellegrino, come fecero Marta e Maria nella loro casa, o come l’uomo che dà un pane all’amico che bussa di notte alla sua porta; è mettersi al servizio del povero, con i beni di questo mondo, lontani dall’atteggiamento degli uomini ricchi che fanno i conti su se stessi, o che banchettano lautamente senza pensare ai poveri che stanno alla loro porta, ma piuttosto sfruttando la disonesta ricchezza per crearsi relazioni profonde e durature; è mettersi al servizio degli altri sull’esempio del signore che tornando tardi di notte e trovando i servi ancora svegli, si cinge i fianchi e passa a servirli.

Oggi, ci chiede proprio di imitare il suo esempio e di fare come lui: essere sempre pronti e attenti alle necessità dei fratelli, senza la pretesa, poi, che egli ci debba premiare o lodare per ciò che facciamo. Perché il nostro servizio agli altri, in fondo, non è un merito e tantomeno ci acquista meriti: non è altro se non ciò che dovevamo fare. Così è la vita di fede: risposta, nell’amore e nel servizio, a un Dio che si rivela a noi come servo dell’uomo, profondamente innamorato della nostra umanità.

Amore, servizio, ma soprattutto gratuità: è qui che si gioca la nostra vita di fede. Teniamolo a mente, soprattutto per quelle volte in cui pretendiamo che il nostro impegno, le nostre attività, il tempo che dedichiamo agli altri, ci venga riconosciuto e ascritto a nostro merito. Siamo servi inutili: qualunque gesto di carità e di servizio fatto agli altri, grande o piccolo che sia, non è altro che il nostro dovere.

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