XXVII domenica del tempo ordinario

Un cuore duro e divorziato!

Chi non parla del matrimonio e della famiglia oggi? Ne parlano gli uomini politici, perché esso è al centro di una vasta – e talora anche nefasta – revisione ed iniziativa legislativa; ne parlano i sociologi, spesso impegnati a demitizzarlo e a relativizzarlo; ne parlano i giuristi, alla ricerca, come sono, di un nuovo diritto di famiglia, insomma, tutti ma proprio tutti vogliono dire qualcosa, anche se “dire” è un poco riduttivo osservando i toni ed il fervore con cui questi “tutti” vogliono affermare – più che “dire” – il loro pensiero, la loro visione del mondo e della società.

C’è da domandarsi in a che titolo e con che diritto ne parla anche Gesù Cristo? Come rientra esso nella sua sfera di azione? Il suo titolo è chiaramente esibito nelle letture di oggi: Dio plasmò la donna e la condusse all’uomo; all’inizio della creazione, Dio li creò maschio e femmina; per questo i due saranno una sola carne. Il titolo di Cristo è dunque: la creazione. L’uomo e la donna sono stati creati da Dio cosi, perché si uniscano, perché formino una sola carne, perché diano vita all’unione coniugale. Gesù ha diritto di parlare del matrimonio e di stabilire le leggi che lo devono governare, perché è Dio che ha creato il matrimonio ed egli parla in nome e con l’autorità di Dio. Per un credente non ci può essere cosa più chiara ed evidente di questa, come non ci può essere cosa più consolante e gioiosa di questa. Quante ombre hanno sempre pesato sul matrimonio; talvolta si è persino dubitato se esso non fosse opera del maligno. Gesù lo riconduce a un atto d’amore di Dio: Non è bene che l’uomo sia solo!

La pagina della Genesi ci presenta la realtà del matrimonio alla sua origine, appena uscita dal progetto e dalle mani di Dio. Una realtà ancora incontaminata, dove tutto è radioso, ordinato e profondo. Dio li benedisse dicendo:

Siate fecondi e moltiplicatevi: dominate la terra; tutto è vostro: le erbe, i semi, le bestie (cf. Gen. 1, 28-30). Essi, Adamo ed Eva, cioè la coppia umana – poco importa se rispondente a questi nomi e a questa descrizione – erano nudi l’uno di fronte all’altro e non provavano vergogna di sé stessi (cf. Gen. 2, 25), perché erano nell’ordine, nell’armonia ed erano liberi. Dio stesso guardando questo coronamento della sua creazione ebbe quasi un fremito di gioia e di soddisfazione ed esclamò: Tutto questo e molto bello! (cf. Gen. 1, 31). L’agiografo annota: E fu sera e fu mattino: era il sesto giorno della settimana creatrice.

Proviamo a penetrare tutto questo racconto più in profondità; che cosa è avvenuto, in realtà, con l’istituzione di questa dialettica dei due sessi? Quale forza Dio ha immesso nella creazione, creando l’uomo e la donna diversi e incompleti, fatti perciò l’uno per l’altra?

Bisogna scoprirlo in quel punto di partenza del progetto divino: non è bene che l’uomo sia solo. L’uomo solo e autosufficiente è un essere statico, chiuso in se stesso e, soprattutto, esposto all’orgoglio. Dio voleva mettere la sua vita come su un piano inclinato: inclinato, però, non verso il basso, ma verso l’alto. Ha creato perciò questa attrazione e questa propensione verso l’altro sesso, come una spinta che porta l’uomo a uscire fuori di se stesso, che lo mette in moto, gli rivela il suo limite, lo lancia in un viaggio e in un’avventura che alla fine dovranno condurlo – attraverso l’altro sesso e attraverso l’amore – al «totalmente Altro» e all’Amore che è Lui stesso.

La donna è l’aiuto simile all’uomo: non dunque uno strumento di elevazione, come talvolta si è pensato in una atmosfera da “dolce stil novo”, ma una compagna di elevazione, assolutamente simile all’uomo. Simile, eppure diversa, perché proprio nella diversità è la spinta verso la vita, verso la ricostruzione di una nuova unita più ricca.

Quella dei sessi è un’alterità originale e irripetibile in natura. Dio è altro da noi per natura e per persona; il prossimo è altro da noi per persona, ma non per natura; nel matrimonio, l’uomo è altro dalla donna per persona e per sesso. Si rende possibile e comprensibile quel dono che viene direttamente da Dio dell’uno verso l’altro e, si sa, i doni di Dio sono comprensibili solo nella logica dell’Amore e della vita.

Questo era all’inizio. Passiamo ora al Vangelo odierno: che quadro differente! Dalle parole di Gesù, scopriamo un matrimonio ben diverso da quello voluto da Dio; esso può essere rotto dal marito (e dal marito soltanto! con un semplice libello di ripudio e per qualsiasi motivo (almeno secondo una delle scuole rabbiniche del tempo). Non c’è più la parità dei sessi nel diritto; non c e più l’unità non c’è la logica del dono; il matrimonio non è più quella cosa seria, profonda, per tutta la vita, come Dio voleva. Il matrimonio è largamente asservito al patrimonio e da qui il predominio assoluto della prole. Amore e vita sono asserviti alle meschine logiche del vantaggio, del guadagno (… “allora se è così non conviene sposarsi” cf. Mt 19,10. Ci ricorda l’evangelista Matteo nel brano sinottico del suo vangelo!).

È la situazione che si intravvede nelle parole degli ultimi profeti dell’Antico Testamento (cf. Mal. 2, 14-16). Cose altrettanto e ancora più umilianti scopriremmo se interrogassimo altre fonti del tempo, specie fuori della Palestina, nel mondo – che pure si diceva civilissimo – della Grecia e di Roma.

Gesù, venuto per riportare tutte le cose alla purezza della loro origine, attuò questa ricapitolazione anche per il matrimonio e lo fece ripristinando la legge dell’inizio: All’inizio non era così…; allora un solo uomo era marito di una sola donna e per sempre; i due erano uniti al punto da formare come una sola persona; quando è Dio che ha congiunto un uomo e una donna, l’uomo non ha diritto di separarli.

Una volta rientrati in casa, solo con i discepoli, Gesù spiegò in modo inequivocabile il senso di queste sue parole, dicendo: Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio. Non c’è dubbio: Gesù con queste parole esclude precisamente ciò che noi chiamiamo il divorzio (e non lo esclude solo per la donna, com’era prima di lui, ma anche per l’uomo!). Egli parla infatti non di un semplice separarsi, che evidentemente si riconosce come possibile e necessario in certi casi (per esempio, per darsi interamente al Regno: cf. Lc. 18, 29), ma del separarsi per risposare un altro.

Il divorzio dunque: non parlarne in questo caso, solo perché l’argomento è diventato scottante, sarebbe un eludere il Vangelo. L’aver superato ormai (con il referendum) il problema legale e col “fan tutti così” il problema morale, possiamo permetterci, forse, di capire più a fondo il Vangelo e le sue ragioni, e possiamo parlarne più liberamente e con più coraggio. Possiamo ribadire oggi, con forza, che parlare della dimensione di fede, religiosa, del matrimonio e del divorzio è questione importante per ogni credente, per ogni battezzato che alla sequela del Cristo vuole fortemente quella via alla santificazione che è l’unione fra l’uomo e la donna, il matrimonio.

Ovviamente per chi non crede o non vive la via della santificazione in Cristo, non possiamo e non vogliamo imporre nessuna delle logiche evangeliche, e ringraziare vivamente l’esistenza di norme civili e percorsi sociali che permettono, alle nostre moderne società, una convivenza pacifica tra le sue parti, credenti e non!

L’errore fondamentale per noi battezzati, in questi ultimi decenni, è che abbiamo finito per decurtare la dimensione evangelica del problema; lo abbiamo ridotto solo al suo aspetto giuridico e sociale: divorziare è separarsi dalla moglie, vivere così per un certo numero di anni, fissato dalla legge, inoltrare pratica di divorzio e poi convolare a nuove nozze. Dimenticando la dimensione evangelica e le indicazioni di Gesù, tutti concentrati in un dialogo sociale – che nella sua innegabile importanza non contempla nessuna via alla santità – abbiamo dimenticato il cuore del Vangelo.

Ma come per il Vangelo si può commettere adulterio solo desiderando nel proprio cuore la donna d’altri (cioè senza tradire materialmente la sposa), così c’è un divorzio del cuore che si può consumare, anche senza fare quegli atti giuridici, semplicemente alienandosi dal coniuge, separandosi da lui nell’intimo, per unirsi, anche se non stabilmente e con il solo desiderio, a un’altra donna o a un altro uomo. Si crea così un muro di separazione, non fatto di carta bollata, ma ugualmente reale. Questo, per il Vangelo, è già una forma di divorzio che si distingue dall’altra solo perché non è irrevocabile e non è tradotta all’esterno.

Quanti cristiani, in questo senso, vivono da anni in un divorzio pratico, rato e consumato, cioè voluto e attuato? Quando tra un marito e una moglie non c’è più neppure il desiderio di perdonarsi, di riconciliarsi, quando si stabilita l’indifferenza, è divorzio di fatto, del cuore. E il ripudio senza libretto! Il comandamento di Dio è violato, non si è più «una sola carne».

«L’uomo non separi» significa: la legge umana non separi; ma significa anche, e prima di tutto: il marito non separi la moglie da sé, la moglie non separi da sé il marito.

E ben poco quello che si può fare dopo che questo divorzio si è ormai consumato da anni. Molto invece si può fare all’inizio per impedire che esso avvenga.

Gesù richiama all’unità: “saranno una carne sola”, cioè come una sola persona, con concordia di progetti e di sentimenti; implicitamente inculca dunque a costruire sull’unità, a ripristinarla giorno per giorno. Come? Sciogliendo sul nascere i contrasti, le incomprensioni, le freddezze. Non tramonti il sole sopra la vostra ira (Ef. 4, 26): questa raccomandazione dell’Apostolo, tradotta per i coniugi, suona: non tramonti il sole senza che siate rappacificati; non mettetevi a letto senza esservi perdonati, fosse pure soltanto con lo sguardo. Quante volte anche solo in questi ultimi tempi il Santo Padre Francesco ce lo ha ricordato!

Poi la confidenza reciproca; essa e come un lubrificante: parlarsi, dirsi le proprie difficoltà e anche le proprie tentazioni. Se si dicesse al proprio coniuge quello – o parte di quello – che si dice al confessore o si scrive al direttore di certe riviste o programmi televisivi, quanti guai si rimedierebbero! Finché c’è confidenza reciproca, il divorzio è lontano.

L’espressione «una sola carne» richiama velatamente un altro mezzo umano per evitare il divorzio del cuore: l’armonia sessuale; fare dell’unione un momento di autentica donazione, di abbandono, di umiltà, cosicché serva a ristabilire la pace e la fiducia reciproca. Continuare a vedere sempre nella moglie, come suggerisce la Bibbia, anche dopo che sono passati gli anni, «la donna della propria giovinezza» e nel marito l’uomo della propria giovinezza, cioè l’essere che ti ha dato la sua giovinezza (cf. Prov. 5, 18): anche qui il nostro Santo Padre Francesco ce lo ha recentemente ricordato ( 18 settembre 2018 ai giovani della Diocesi di Grenoble-Vienne).

Convincersi tuttavia che tutto ciò non basta e che occorrono i mezzi spirituali: il sacrificio e la preghiera. Se il matrimonio incontra tanta difficoltà per mantenersi unito, è perché è venuto meno lo spirito di sacrificio e si bada solo ad avere dall’altro, più che a dare all’altro.

La preghiera! La migliore è quella fatta assieme dai coniugi. Ma ad essa aggiungiamo oggi anche quella della comunità: preghiamo per i coniugi e per chi è incamminato al matrimonio: che il Signore tenga lontano da loro il divorzio del cuore.

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