XXIX domenica del tempo ordinario

Il messaggio della liturgia di oggi è centrato su una delle verità fondamentali della nostra sequela di Gesù, cioè la presenza costante di Dio nella nostra vita. Gesù ci richiama la centralità di Dio: in tutte le azioni che compiamo, anche quando diamo ai fratelli un dono di vita, dobbiamo essere consapevoli che è l’azione di Dio che in noi si esprime. Quando dimentichiamo questo non siamo più capaci di donare vita ai fratelli: ci illudiamo di farlo, ma i nostri gesti restano sterili. Perché non siamo noi i viventi, è Dio che è il Principio per cui tutti noi viviamo.
Chiediamoci se siamo consapevoli veramente di questa nostra condizione di creature. E chiediamo perdono al Signore per l’illusione in cui spesso cadiamo, quando presumiamo di essere noi capaci di fare le cose, di pensare, di amare, di offrire vita, mentre ci è costantemente donato. La nostra presunzione si traduce nell’egoismo, nella ricerca di noi stessi, nell’imposizione agli altri dei nostri punti di vista, dei nostri interessi.

ISAIA 45, 1. 4-6
Quando Isaia scrive il brano che abbiamo letto, Israele, il popolo eletto, vive ancora in esilio a Babilonia.
Isaia intuisce la decadenza di Babilonia: la forza emergente nel 540 a.C. è la Persia e Ciro il suo re. Il regno smisurato che era stato l’incubo di Israele crolla irrimediabilmente. Ciro inizia una politica di stampo più liberale promuovendo l’autonomia e l’emancipazione delle varie comunità. Anche gli ebrei possono rientrare nella loro terra per costruirvi il loro focolare nazionale.
Ciro fu considerato lo strumento umano dei disegni del Dio unico nella storia universale. In lui si manifestano la potenza e la superiorità di Dio che usa Ciro come suo strumento di liberazione per il popolo purificato dall’esilio. Anche agli occhi del profeta Ciro appare come un messia, cioè un uomo investito dall’alto per scrivere la grande pagina di Dio nel suo secolo. Egli compie la missione tradizionale devoluta al re d’Israele, cioè garantire il destino e la salvezza del popolo. Ciro è infatti ritenuto umanitario e rispettoso dei popoli: agli occhi del profeta è perciò l’uomo provvidenziale, il messia.
Apostrofando quindi direttamente il conquistatore, Dio proclama di essere egli stesso l’unico artefice del successo e di srvirsi di Ciro perché il Signore sia meglio conosciuto dai popoli. Lui è infatti l’unico Dio e può scegliere ovunque i suoi strumenti, anche tra persone non appartenenti al popolo di Dio. Ciro infatti non conosce Dio.
Tutti perciò possono servire ai piani di Dio e nessuno all’infuori di Dio ha il monopolio della salvezza. Dio non forza la libera determinazione di Ciro e tuttavia guida i suoi passi senza che egli se ne renda conto. Ciro fu anche chiamato “unto” dote esclusiva dei re davidici. “Io sono il Signore”, questa è una riaffermazione del carattere secondario e dipendente che l’uomo occupa nel piano di Dio.

MATTEO 22, 15-21
Da oltre vent’anni l’imperatore prelevava una imposta dalla Palestina; il popolo giudaico la sentiva come un segno di ingiusta oppressione.
Anche noi dobbiamo pagare e, come i farisei, cerchiamo – pur essendo buoni cristiani – come versare meno tasse o niente affatto. Ma Cristo ordina di “rendere a Cesare quello che è di Cesare”. Le imposte sono normalmente fatte per essere distribuite dai servizi pubblici a beneficio di tutti e innanzitutto dei poveri. In questo vangelo che forse leggiamo troppo facilmente come un avvertimento – giusto – a non usare Dio per i nostri comodi, Gesù indica come costruire una società giusta.
Se i cristiani avessero sempre pagato allo stato ciò che dovevano, probabilmente avremmo un’altra comunità nazionale, un’altra comunità europea, un altro sistema finanziario. Anche Paolo raccomandava l’obbedienza all’autorità civile come dovere di chi si diceva di Cristo. Dio non è del nostro mondo ma non per questo dobbiamo disinteressarci della cosa pubblica fino a derubare lo stato! Il Signore non esime nessuno dalla partecipazione alla costruzione della città, perché solo attraverso i nostri gesti d’amore, d’apertura, di condivisione lui può entrare nella nostra civiltà. E’ sintomatico constatare che il capitalismo è nato nei paesi cristiani dell’Europa del nord, dopo la Riforma. Una mentalità segnata dalla teoria calvinista che vede nel successo economico una dimostrazione della benevolenza divina, ha dato il via al culto del lavoro, alla condanna dell’ozio, all’efficientismo industriale che, come una voragine, travolge il mondo odierno in una corsa alla produzione e al consumo. La competizione è tale che la tentazione di barare per disporre di un capitale più importante non sembra neanche più un peccato; anzi ingannare lo stato appare come una prova di intelligenza e non si pensa che così facendo si contribuisce ad aumentare l’ingiusizia e quindi la violenza.
“Rendete a Cesare quello che è di Cesare” per permettere a Dio d’essere presente nel commercio, negli affari, e impedire così che la nostra società si distrugga per l’abuso delle risorse e il disprezzo dei poveri. Se non rendiamo allo stato il dovuto, siamo noi gli oppressori del diseredato, condannati dai profeti. E’ forse vero che la società è così ammalata da non saper distribuire in modo equo il denaro pubblico, ma questo non ci dispensa dall’obbedire al vangelo per cercare, appunto, di risanarla.
Ogni relazione è l’ambito in cui si consegna ad altri ciò che compete a loro, che porta già il sigillo della loro immagine. Perché è un’offerta di vita da consegnare. Non c’è nulla nella nostra esistenza che ci appartenga in modo definitivo, se non ciò che noi diventiamo, la nostra identità di figli. Ma è un’identità che si sviluppa attraverso il dono che compiamo. La pienezza di vita a cui siamo chiamati sarà una comunione profonda, uno scambio continuo.

Una cosa importante è ravvivare momento per momento che Dio è presente nella nostra vita e agisce in noi, se noi glielo consentiamo. Gesù vuole essere presente in ogni realtà, tocca a noi renderlo presente nelle nostre case, tra i nostri amici, nel nostro lavoro, nel commercio, nella politica, nel divertimento: non c’è niente che non lo interessi, perché lui è innamorato di ogni uomo o donna.