XXIV domenica del tempo ordinario

È bella la domanda di Pietro perché si fa voce di una comunità mossa da una mentalità già diversa rispetto al normale… le scuole rabbiniche del tempo insegnavano che il numero massimo rispetto al perdono era quattro, e nemmeno verso tutti: quattro per i figli e per i fratelli, tre per gli altri! Quindi sette, per la mentalità di allora, è tantissimo! Pietro quindi è voce di una comunità certamente generosa, ma che però pone un limite al perdono. Gesù ancora una volta chiede ai suoi di puntare in alto, ed invita ad un perdono senza limiti, perché soltanto il perdono senza limiti assomiglia al perdono di Dio.

Il vangelo ci parla sempre prima di tutto del volto di Dio, perché è a quel volto che siamo chiamati ad assomigliare come chiesa e come fedeli… c’è un debito, certo! Ma non è descritto per farci sentire la nostra piccolezza, la nostra meschinità… è descritto per aprirci alla meraviglia di fronte all’ampiezza dell’amore di Dio. C’è un debito enorme, grandissimo… e c’è una sproporzione fortissima tra il debito e le forze di quest’uomo che, come dice chiaramente il vangelo, non era in grado di restituire. Mi colpisce tantissimo questo: il debito era più grande della sua stessa vita…un debito che era la sua vita, quella di sua moglie e dei suoi figli! Come mi pongo di fronte ad un debito così grande? Mi arrabbio, mi indigno, giudico… la prima reazione di Dio invece è la compassione. Il nostro debito, il debito dell’umanità (non lo nega il Signore questo debito… rimane in tutta la sua gravità…) impietosisce il Signore mentre il debito del fratello non è capace di impietosirmi.

Perché? Perché non sono capace di fare esperienza del perdono di Dio… o del perdono degli altri… cuore del vangelo di oggi non è il debito, non è la sproporzione che mi schiaccia… qui non si tratta di direttive etiche: devi perdonare perché anche Dio ti ha perdonato! È importante l’esperienza fatta del perdono di Dio… è l’esperienza della larghezza del cuore di Dio che allarga il tuo cuore, è l’esperienza della gratuità del suo amore che accende in te il desiderio della gratuità, è l’esperienza della bontà di Dio che ci fa diventare buoni… in tutto questo c’è qualcosa di molto importante: la memoria! L’autore del libro del Siracide quasi ci supplica: Ricordati! Ricordati dell’alleanza che Dio ha stipulato con te, del suo amore senza pentimenti, del suo amore grande una vita, del suo amore grande una storia, la storia di un popolo che ha camminato, è caduto e sempre, con bontà ed ostinazione, è stato aiutato a rialzarsi. Ripeto… non è questione di etica o di morale nel senso deteriore del termine: la risposta data da Gesù a Pietro trasforma radicalmente il significato del perdonare nella comunità cristiana, perché ci aiuta a passare da criteri quantitativi di un dovere etico da seguire (quante volte perdonare) ad un atteggiamento di persone che sanno prolungare lo stile avviato da Gesù nel suo ministero e che si conclude, non possiamo dimenticarlo, con la richiesta di perdono da parte di Gesù per i suoi crocefissori… sarà anche difficile perdonare chi ti sta facendo del male, ma puoi sempre pregare per lui: sulla croce Gesù ha fatto questo: Padre, perdonali tu! Il cuore non è mai il debito o la nostra inadeguatezza, il cuore è la Pasqua di Gesù, la sua persona, il suo mistero, lì dobbiamo rivolgere il nostro sguardo, di quella Pasqua dobbiamo fare memoria altrimenti non saremo capaci di neppure una piccola pasqua, di neppure un piccolo passaggio, di neppure un piccolo gesto di amore o di condono… il dolore degli altri servi credo nasca da lì, dalla preoccupazione che il male spenga la luce, che raffreddi i cuori… Il perdono resta un gesto difficile e arduo, soprattutto quando è molto il male che si è ricevuto. Perché il male non è qualcosa che si possa cancellare facilmente dalla lavagna della storia. Il male produce altro male, crea sofferenza, distrugge, dilania, lacera, ferisce nel profondo e le sue cicatrici restano.

Lo sdegno del padrone nasce dall’ingratitudine di quel servo, che non è stato capace di riconoscere quanto ha ricevuto… sdegno che apparentemente sfocia in un tornare sui suoi passi da parte del padrone, nella condanna dell’ingrato… attenzione, ho detto apparentemente! In fondo il padrone non condanna, non vende né lui, né la moglie, né i figli… il padrone chiede agli aguzzini di insegnarli a restituire! Il debito resta condonato. Dio si sdegna per la difficoltà dell’uomo alla conversione, per il mancato riconoscimento che tutto gli è stato donato da Dio. L’ira di Dio va letta come manifestazione dell’amore di Dio ferito dall’ingiustizia umana. Dio non si manifesta solo come amore e tenerezza, ma (è il vangelo di domenica scorsa), anche come correzione e comando. In questo contesto, quale compito avranno allora gli aguzzini? Quello di far restituire il dovuto al padrone. E cosa è dovuto al padrone? Il debitore deve fare un cammino che lo potrebbe portare a riconoscere ciò che il padrone ha fatto per lui. Solo il riconoscimento del dono ricevuto può portare il debitore a perdonare di cuore ai propri fratelli. Dio non smette mai di chiamarci a conversione e in tutti i modi cerca la conversione, il cambiamento, la felicità dell’uomo…