XXI domenica del tempo ordinario

“Se non vai in paradiso tu, con tutte le messe che senti, non so chi ci possa andare!”; “Quella persona merita senz’altro la salvezza: prega tantissimo, è sempre con la corona in mano, e va a tutti i pellegrinaggi!”. Sono frasi che abbiamo sentito spesso pronunciare; anzi, magari noi stessi le diciamo e pensiamo, e siamo fermamente convinti che sia veramente così. D’altronde, il motto di S. Alfonso Maria de’ Liguori “Chi prega si salva, chi non prega si danna” accompagna da vari secoli la spiritualità di molti credenti, ben sostenuta da una predicazione che insiste parecchio sull’efficacia salvifica della preghiera, sulla partecipazione alla vita liturgica e sacramentale della Chiesa come via alla salvezza. Quindi, è sufficiente mantenere una stretta relazione con Dio attraverso il dialogo con lui – la preghiera, appunto – per poter accedere alla salvezza.

Che bello, se fosse davvero così semplice… che meraviglia, se fosse tutto così facile, vero? La nostra bella messa domenicale, magari da quando siamo a casa in pensione anche tutti i giorni o quasi; ogni volta che ci è data l’opportunità partecipiamo a un pellegrinaggio o a una processione, e la porta del Paradiso si apre, anzi si spalanca! Poi però una domenica a messa, una di quelle cui non manchi mai da quando sei piccolo, ascolti un brano di Vangelo in cui il Signore dice che la porta per entrare nel Regno dei cieli è stretta, e che per entrarci bisogna sforzarsi perché non solo è stretta la porta, ma addirittura il padrone la chiude e non vi è più verso di entrarvi. Fin qui, nulla di strano: che la porta sia stretta e che sia necessario sforzarsi per entrare, lo sappiamo bene. Non è che la salvezza e l’entrata nel Regno dei Cieli sia cosa per tutti… richiede fatica, sforzo. Del resto, quelli che si salvano sono pochi, lo dice pure quel tale che incrocia Gesù mentre sta andando a Gerusalemme, presumibilmente a portare la salvezza a tutti quelli che credono in lui: e quelli che credono in lui sono davvero pochi, un piccolo gruppetto, uno sparuto gruppo di devoti che non lo abbandona mai e che crea con lui un rapporto di totale e profonda fiducia. Per cui, nessun problema se la porta dovesse chiudersi: basta bussare, con un po’ di insistenza, e dire al Signore: “Signore, siamo noi, aprici!”.

Tanto, ci conosce, siamo dei suoi: la porta si è chiusa, ma non per noi, noi siamo solo arrivati un attimo tardi e non abbiamo fatto in tempo. Chi rimane fuori sono gli altri, quelli che non credono, quelli che non sono battezzati, quelli che non pregano mai, quelli che non vanno a messa, quelli che non appartengono alla Chiesa… sono veramente in tanti, a rimanere fuori, proprio come pensa il tizio del Vangelo, convinto – come ogni pio israelita- che chi si salva è lo sparuto gruppo di credenti del popolo d’Israele. La salvezza non può certo essere per i pagani.

Bussiamo, bussiamo… ma la porta rimane chiusa, e ci viene detto anche il perché: “Non so di dove siete”. Beh, non fa una piega: non si apre agli sconosciuti! Ma è sufficiente spiegarsi, perché il padrone ci apra: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.Ovvero, abbiamo ascoltato i tuoi insegnamenti, la tua Parola, e abbiamo spezzato con te il Pane sulla mensa: Parola e Pane, è l’Eucaristia, come può dirci il Signore di non sapere chi siamo, se abbiamo sempre partecipato all’Eucaristia? Siamo sempre andati a messa, lui lo sa bene, e ci caccia fuori dal Regno dei Cieli? Come è possibile?

“Allontanatevi da me, operatori di ingiustizia”: ecco la risposta a questo inquietante quesito. Rimaniamo chiusi fuori dalla porta stretta e socchiusa del Regno dei Cieli non perché siamo arrivati tardi alla salvezza, né tanto meno perché siamo andati a messa e abbiamo pregato ogni giorno (ci mancherebbe anche quello!), ma perché il Signore ci conosce bene, guarda le nostre opere, e vede che le nostre opere sono ingiuste. Ci allontana da lui (anzi, noi stessi siamo già lontani da lui) perché “operatori di ingiustizia”. E di fronte all’ingiustizia, non ci sono preghiere, messe, santi, devozioni mariane e pellegrinaggi che tengano: chi opera ingiustizia rimane chiuso fuori dal Regno dei Cieli. Anche se ha mangiato e bevuto con lui e ha ascoltato la sua Parola? Sì, anche se ha sempre ascoltato la sua Parola. Anche se è sempre andato a messa? Sì, anche se è sempre andato a messa.

Non è l’assiduità alla liturgia, non è il forte rapporto con Dio nella preghiera che ci salva: questo nostro stretto e intimo rapporto con Dio ci salva se, e solo se, abbiamo stretto un forte e intimo rapporto anche con i fratelli, operando nella giustizia, nella carità e nella misericordia. “Non chi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà di Dio”: anche Matteo ha un brano analogo a questo di Luca, a significare che da sempre ogni comunità dei discepoli in Cristo aveva capito qual è il vero culto gradito a Dio. E si badi bene, che la porta per entrare nel Regno è talmente stretta e lo sforzo per entrarvi talmente grande, che la soluzione non è così semplicistica e minimalista come molti pensano: “Vedi? Andare a messa e pregare non serve a niente, basta fare un po’ di opere di carità e si è salvi!”, che altro non è, spesso, che un modo per giustificare la propria accidia e la propria pigrizia nel rapporto con Dio.

Andare a messa, pregare, fare grandi gesti di devozioni serve, ma non basta; essere credenti in Cristo e affermare la propria identità cristiana è importante, ma non basta; avere un profondo rapporto con Dio basato sulla preghiera, è necessario, ma non basta. Dio vuole innanzitutto che operiamo tutto questo e altro ancora nella giustizia, ossia in relazioni giuste ed eque con tutti i nostri fratelli. Altrimenti, la porta si chiude. Altrimenti, verranno altri, “da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Altrimenti, coloro che si credevano davanti a tutti, i primi della classe, saranno ultimi; e ci saranno ultimi che passeranno per primi.

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