XVIII domenica del tempo ordinario

L’evangelista Luca scrive che dalla folla che attornia Gesù si leva una richiesta: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità»; egli però risponde: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» e continua dicendo: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Questa affermazione del Signore, nella sua disarmante semplicità e verità, ci mette tutti in questione poiché ci fa riflettere sul rapporto che abbiamo con i beni terreni.

Sorgono spontanee delle domande: in che cosa facciamo consistere la nostra vita? Su cosa la fondiamo? Spesso siamo tentati di farla dipendere dall’accumulo di ricchezze, come se queste potessero colmare la nostra sete di senso e di amore. E così accumuliamo beni per noi, senza tenere conto degli altri; anzi, finiamo per privarli di ciò che spetterebbe loro per avere di che vivere, come fa il ricco della parabola verso il povero Lazzaro (cf Lc 16, 19-31). Oggi, purtroppo, secondo statistica, muoiono ogni minuto trenta bambini per denutrizione, mentre ogni minuto si spendono milioni di euro per gli armamenti. Pensiamo anche a quante persone ricche, egoiste e avare spendono una enorme quantità di soldi per spese insignificanti! Tutto ciò avviene nella totale indifferenza della società. Anzi, più si accumula e più si è lodati dalla società perché tale comportamento viene considerato non un vizio bensì una pubblica virtù.

Gesù conosceva bene il cuore umano, luogo in cui nasce questa brama insaziabile di accumulare ricchezze (cf Mc 7, 22) e soprattutto sapeva che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (cf 1Tm 6, 10), che «è idolatria» (cf Col 3, 5), poiché implica un’adesione fiduciosa ai beni piuttosto che a Dio; in altre parole, questa smania di possesso ci allontana dal regno di Dio, impedisce a Dio di regnare sulle nostre vite. Ecco perché Gesù ha detto: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (cf Lc 6, 13); e di fronte al rifiuto della sua chiamata da parte di un uomo che possedeva molti beni, ha commentato: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (cf Lc 18, 24-25).

Nel salmo 49 si legge: «Non temere se un uomo arricchisce, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore, infatti, con sé non porta nulla né scende con lui la sua gloria» (cf Sal 49, 17-18). Nel narrare la parabola dell’uomo ricco che non sapeva dove mettere i propri raccolti, Gesù sembra riecheggiare queste parole. All’insensato che «nella prosperità non comprende» (cf Sal 49, 21) e vorrebbe addirittura disporre del futuro – «demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti!» – Gesù contrappone la voce di Dio che gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Ovvero: spesso accumuliamo ricchezze per difenderci dalla paura della morte, come se avere molti beni potesse impedire quell’evento che ci attende tutti al termine della nostra esistenza. E così rimuoviamo il confronto con la nostra morte; meditando con intelligenza su di essa potremmo invece riconoscere ciò che nella vita è veramente essenziale.

Domenica prossima ascolteremo che Gesù dice: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (cf Lc 12, 34). Il nostro cuore è rivolto alle cose di lassù o a quelle della terra?

Cerchiamo di fondare la nostra vita su Gesù Cristo, che è la nostra vera ricchezza. Impegniamoci ad essere aperti ai bisogni del prossimo. Non lasciamoci dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a Dio, principio e fine di tutte le cose.

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