XVIII domenica del tempo ordinario

Tutto sommato, l’impressione finale che deriva dalla lettura del Vangelo di oggi è un po’ triste: quella “folla”, che all’inizio del brano cercava Gesù con tanta ansia da salire sulle barche e andare “alla ricerca di Gesù”, non diventa “Chiesa”, ma rimane “folla”, una marea di gente senza coscienza e senza unità. Ed è significativo che questo avvenga in un contesto in cui si parla del “pane di vita”: questo pane, prima di essere l’Eucaristia, è innanzi tutto la sapienza che Dio ha inviato, cioè la sua Parola da ascoltare, una Persona, Gesù stesso, alla quale aderire con tutto se stessi (cioè: “credere”), poiché su di lui “Dio, il Padre, ha posto il suo sigillo”, la sua garanzia. La folla rimane folla innanzi tutto perché è rimasta ancora “prima” della fede, del riconoscimento di Colui che il Padre ha mandato; e quindi è ancora “prima” dell’Eucaristia, del condividere il Pane vivente della sua Parola e della sua reale Persona. Ecco perché la folla è ancora priva di unità in sé, perché non crede, e quindi è priva anche di quell’unità che viene da Lui, che è il duplice pane della Parola e dell’Eucaristia. Infatti è l’Eucaristia che costruisce, o fa, la Chiesa; ma l’Eucaristia è possibile solo per mezzo della fede.

E dunque questa pagine ci interroga sulle nostre Eucaristie, o, per meglio dire, sulla nostra partecipazione ad esse. Si può ben essere presenti ad una celebrazione, ma rimanendone esterni: quanta gente partecipa a Messe che si celebrano per vari motivi, ma senza fede, ed è paragonabile a questa folla che ha visto la moltiplicazione dei pani, ma è come se non l’avesse vista, perché non la ha capita, e la ha confusa con altro. Questa pagina pone però una domanda anche a noi, che confessiamo la fede retta nella presenza reale del Signore e cerchiamo di ascoltarne la Parola: che cosa cerchiamo, in verità, cioè nella vita nostra reale? Cerchiamo “il pane che perisce o quello che dura per la vita eterna”? Certo, il Signore stesso ci ha espressamente comandato di cercare il pane quotidiano, il sostentamento di ogni giorno. Eppure è vero che più cerchiamo le cose che passano, più il nostro desiderio si incarna in esse: avrete notato anche voi che se uno cerca, giustamente peraltro, di avere qualche soldo in più, quando lo ha ne cercherà ancora, e così si immette in una ricerca sempre più assoluta di quel cibo che perisce, che non ha fine: la conclusione è che non solo ne rimani sempre affamato, ma ne hai sempre più fame. L’appetito cresce, e il pane diminuisce.

Insomma, più sei ricco, e più aumenta il tuo bisogno di mantenere e aumentare uno stile di vita da ricco; più aumenta la paura di perdere quello che hai, e più aumenta la necessità di aumentare il tuo bene. E’ un po’ come correre dietro all’arcobaleno: ti si sposta sempre avanti, e la vita diventa una ricerca senza gioia della gioia, un correre sempre più veloce per non arrivare da nessuna parte. Questo è vero per i soldi, ma vale per ogni altro bene, o pane, che cerchiamo per appagare i nostri bisogni. Insomma, non puoi mai dire: adesso sono sazio. Al contrario, Gesù ci dice che “chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà sete, mai”. In queste sue parole, il “venire” è anche il “credere”: non si crede “di testa”, come si crederebbe ad una dottrina, a una cosa che si legge su di un libro, ma si tratta di un’adesione “di cuore”, dell’intelletto, ma anche degli affetti, ad una Persona, a Gesù: cioè volgiamo i desideri dalla parte giusta, e questi vengono così piegati e diretti dalla fede in Colui che solo li sazia, perché è Lui Colui che il Padre ha garantito, mettendo su di Lui il suo sigillo.

Dunque, pur essendo fisicamente in chiesa, possiamo ben domandarci se siamo “Chiesa”, oppure se siamo ancora rimasti “folla”, gente ancora al di qua della fede, ma anche al di qua del pensiero, della sapienza su di sé e sulla propria vita. Infatti il pane della vita nell’Antico Testamento è appunto la sapienza: qui non si tratta di fare gli intellettuali o gli accademici, ma piuttosto di elevarci al senso più profondo delle nostre scelte, del perché vivere, del per chi vivere. Si tratta di entrare nella verità di se stessi, atteso che è tristemente facile rimanere appunto come folle, cioè gregge non pensante, che è quello a cui ci conducono, e ci vogliono condurre, i cattivi pastori. Solo Gesù è il buon Pastore, quello appunto che dà la vita alle sue pecorelle: gli altri, mantenendole nell’ottusità, le usano, le mungono, le tosano e le mangiano. Al contrario, Gesù dà il cibo, che è Lui stesso alle sue pecore.

In questo senso, siamo invitati a vivere non più “come i pagani con i loro vani pensieri”: parole d’altri tempi, ma sempre vere, visto che “vano” vuol dire qualcosa di fluttuante nel nulla, senza alcuna consistenza, come il fumo delle sigarette. La folla appunto è ondivaga, va ora qua ora là, cercando qualcosa per saziarsi: ma lo cerca nella direzione sbagliata, perché cerca il cibo che perisce e non quello che dura per la vita eterna, cioè la vita dello spirito, che è l’integrità della persona, e non solo il suo stomaco. Così nel Vangelo di Giovanni l’espressione “vita eterna” non significa la vita dell’al di là, ma quel tipo di vita radicalmente diverso dalla vita “che perisce”, cioè che passa, quella di coloro che non hanno riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi e vivono senza speranza e senza amore, perché senza fede. Vita eterna è vivere come Gesù, entrare con Lui nella sua stessa relazione con il Padre, conoscerlo a tu per tu, vivere “a petto con l’infinito”, nello Spirito di Dio; cioè vivere nell’autenticità di quel per cui siamo stati creati, nella verità di noi stessi. In altri termini, non come animali, al livello dei quali possiamo abbrutirci, e non solo come creature ragionevoli, quali siamo già per natura, per poter “seguir virtute e conoscenza”, ma, di più, come figli di Dio, cioè rivestire “l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.

Alla doppia mensa della parola e del Pane vivente si offre a noi questa possibilità, si dischiude questo orizzonte: beati quelli che ne sapranno approfittare.

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