XVI domenica del tempo ordinario

Quando tornano dalla missione, i Dodici sono diventati «apostoli». E’ l’unica volta che Marco li chiama così. Un titolo (missionari-inviati) giustificato dalla loro attività, che tra l’altro ha creato un notevole movimento di folla, che non accenna a cessare.

Gesù premia, in un certo senso, i discepoli, concedendo loro un po’ di riposo in un luogo appartato. La frase è piuttosto significativa: «Venite voi soli, in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Infatti, la gente accorre da tutte le parti, crea confusione, e gli apostoli «non trovano neppure il tempo di mangiare».

Gesù allora escogita un tranello per sottrarsi alla morsa della folla. La barca è quello che ci vuole per attuare lo stratagemma. Il piano però fallisce, la partenza improvvisa non trae in inganno la folla, il tentativo di nascondersi va a vuoto, il tranello non riesce. Così, quando il gruppo sbarca, c’è già chi l’ha preceduto a piedi!

La cosa, almeno a prima vista, appare un po’ strana. Ma, se si tratta della zona nord-occidentale del lago, potrebbe spiegarsi col fatto – documentabile – che in certi periodi il Giordano, proprio alla foce, presenta una striscia asciutta che permette di attraversare senza neppure togliersi le scarpe. A questo particolare, possiamo aggiungere anche il vento contrario che ritarda la barca e, allora, il fenomeno non è poi così misterioso.

«Sbarcando, vide la folla…» Ci rimase male e… «ne ebbe compassione».

Ci saremmo aspettati il dispetto, perfino l’irritazione per la progettata e necessaria «giornata di deserto andata a vuoto»: Invece prevale la misericordia!

Il miracolo della moltiplicazione dei pani comincia di qui, nella difficoltà di capire che gli altri li troviamo dove sono loro e non dove vogliamo noi, che nel programma degli incontri la casualità ha un posto privilegiato, che il dare ha inizio lasciandoci prendere proprio quel tempo che noi pensavamo di riservarci esclusivamente per noi.
E il riposo? E il «luogo solitario»?

Beh, il riposo dei discepoli, più che ambientato in un determinato luogo, va collocato accanto a una persona, è il ritorno alla fonte, alla possibilità di ritrovarsi con lui, con Gesù, e godere della sua intimità, ascoltarlo, essere messi a parte dei suoi progetti.

Accanto a Gesù il discepolo recupera le forze, si rinfranca, impara, ed è di nuovo pronto a mettersi a servizio degli altri.

Comunque, in questo caso, il riposo consisterà essenzialmente nell’occuparsi della folla, che non vuoi saperne di essere lasciata da parte.

Qui traspare il pensiero di Marco: «I missionari non possono rifiutarsi alla folla, devono sempre fare qualcosa per essa» (J. Delorme).

Stavolta il riposo consisterà nel… far riposare gli altri, nel condividere concretamente la compassione e la sollecitudine amorosa di Gesù per il suo popolo.

Con questo brano inizia quella che viene chiamata dagli esegeti «la sezione del pane» (Mc 6, 30 – 8, 26), perché il pane è la nota dominante attorno a cui viene orchestrata tutta la narrazione che culmina nei due racconti di moltiplicazione.
Possiamo enucleare alcuni temi:

– Il pastore. E, di riflesso, il capo-messianico del nuovo popolo di Dio, condotto attraverso il deserto.
– Il riposo.
– Il nutrimento.

Il tema del pastore è quello dominante. Anche se non viene annunciato esplicitamente, tutto concorre a far emergere quell’immagine, a far guardare in quella direzione.

Oltre al ricordo dell’Esodo (15, 13), è evidente il riferimento al Salmo 22:
«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;

su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino… Davanti a me tu prepari una mensa…

Punto di partenza è la compassione, la pietà per questa folla «perché erano come pecore senza pastore».

La sollecitudine del pastore-capo verso il suo gregge si mani festa assicurando:
– l’insegnamento
– il cibo.

Le due realtà, tuttavia, non sono separate, di fatto, nella prospettiva dell’evangelista, lo stesso insegnamento è cibo, nutrimento del popolo di Dio.

Cristo non nutre la folla soltanto col pane, ma anche con la propria parola.

Di più: la parola è capace di radunare, di «fare» un popolo. Prima ancora di essere riuniti dall’esigenza del cibo, quegli individui sono riuniti dall’esigenza dell’ascolto della parola.

Qui, però, la figura del pastore assume un tratto inedito: nella tradizione dell’Antico Testamento, infatti, il pastore assicura al gregge il riposo, il pascolo, ma non svolge alcuna attività di insegnamento, Gesù, invece, nutre il suo popolo con la dottrina.

Da notare: nell’Antico Testamento non c’è un collegamento tra la figura del pastore e l’insegnamento, esiste, però, un legame, sovente sottolineato, tra parola e nutrimento, specialmente a proposito della Sapienza.

Comunque, l’intento di Marco è trasparente: presentare Gesù come il pastore che raduna, istruisce e nutre il nuovo popolo.

Per noi, che facciamo parte di questo nuovo popolo di Dio, occorre verificare la nostra capacità di seguirlo perché «affamati» della sua Parola, si tratta solo di domandarci, con onestà, se abbiamo il gusto di questa Parola.
C’è una profezia di Amos sempre di attualità:

«Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio, in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la Parola del Signore» (Am 8, 11).

Una comunità cristiana è tale in quanto è affamata e assetata della Parola di Dio.

Vediamo, quindi, di fissare alcuni atteggiamenti caratteristici:

1 – Attenzione. Nella liturgia della Chiesa ortodossa, mentre viene sollevato in alto il testo del vangelo, risuona l’ammonimento:

«State attenti, è Dio che parla!» E quando Dio parla, occorre scavare dentro di noi uno spazio dl silenzio perché Lui possa trovare dove collocare il suo messaggio. «Ascoltate oggi la sua voce!» (Sal 94, 8). Ascolta quella Parola come fosse pronunciata oggi per la prima volta.

«Dio non attende che noi facciamo parole sul testo, aspetta bensì il nostro cuore» (sant’Agostino).

Prima di fare discorsi eruditi o imbastire pensieri elevati, ricorda che devi «accogliere».

In tal modo una comunità, un individuo, secondo la folgorante espressione di Clemente Alessandrino, diventa teodidacta, ossia istruito da Dio, scolaro della sua Parola.

2 – Assiduità. Non basta piluccare. Bisogna nutrirsi intensamente e in continuità.

Non ci si può accontentare di sfogliare, leggicchiare qua e là. Ci vuole una ricerca assidua, una lettura costante, un contatto abituale. Occorre leggere e rileggere la Scrittura affinché penetri spirito e corpo del credente.

San Girolamo, esperto in materia, assicura: «La lettura produce l’assiduità, l’assiduità produce la familiarità, e la familiarità produce e accresce la fede».

3 – Assimilazione. Perché diventi veramente nostra, faccia parte vitale di noi, carne e sangue del nostro organismo, la Parola va assimilata. Il che comporta un’azione caratteristica che Pacomio chiamava ruminatio (e il termine è rimasto nella tradizione monastica): ruminare, triturare, masticare la Parola. Ruminare è l’operazione attraverso la quale si assimila la Parola letta, udita, compresa, è il gustare e vedere come è buono il Signore (Sal 33,9).

Qui, dunque, oltre l’attenzione, deve intervenire la memoria. La lettura diventa così cibo e bevanda nella prolungata riflessione contemplativa.

Non si tratta di un banale fatto mnemonico, ma di memoria del cuore.

4 – Efficacia. Ma la Parola è anche e soprattutto proclamazione efficace, potenza di Dio, capacità creativa.

…. Avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale Parola di Dio, che opera in voi che credete» (1 Ts 2, 13).

La Parola non si limita a fornirci delle informazioni, fa succedere qualcosa dentro di noi, realizza ciò che significa, produce ciò che proclama.

Insomma: è la Parola che crea, fa succedere qualcosa (non dimentichiamo che il racconto della creazione, così come è presentato nella Genesi, in un certo senso è una «vocazione»: la Parola di Dio chiama le cose, gli esseri, e questi vengono creati).
Infine, questa Parola crea degli «inviati».

Aprire la Parola e leggerla, secondo una bellissima espressione di san Girolamo, significa «tendere le vele al vento dello Spirito senza sapere a quali lidi approderemo».

Giustamente è stato detto che «bisogna stare in piedi di fronte alla Bibbia» (A. Levi). Ossia, di fronte a Dio, si è sempre sul piede di partenza. Si è sempre degli «inviati».

La Parola di Dio, in ultima analisi, è una Parola che «dà da fare».

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