XIV domenica del tempo ordinario

“Chi? Quello lì? Sì, hai preso quello giusto… Non fidarti… Basta vedere da che famiglia viene…”. Che poi, dette in dialetto suonano ancora più sferzanti, taglienti, offensive. Ditemi voi come farà una persona che ha anche solo un minimo desiderio di fare qualcosa di bene per gli altri, oppure che ha del tempo da mettere a disposizione per un servizio di volontariato all’interno di un gruppo, di un’associazione, a sentirsi “invogliata” a fare qualcosa, se ancora prima di iniziare viene “etichettata”, “bollata” da affermazioni come quelle che ho citato.

Maldicenze e calunnie fanno di un gruppo, di una comunità, di un paese, di una parrocchia (fosse anche la realtà più bella e più vivace di questo mondo) un luogo invivibile, una casta di persone (“una genia di ribelli”, direbbe il profeta Ezechiele) che pur di non mollare il potere che hanno tra le mani o di condividerlo con chi ha voglia di fare qualcosa e magari si dimostra più capace, più intelligente, più disponibile di altri, getta discredito sui medesimi, infangandoli a volte in modo così intenso che “ripulire” la propria immagine diventa poi impresa ardua. Ancor più oggi, che oltre alle malelingue fisiche esistono le malelingue virtuali, quelle piattaforme social che sono la nuova “agorà”, la nuova piazza dove sbattere alla mercé di tutti, vizi e difetti degli altri.

Ho voluto iniziare in maniera provocatoria, questa domenica, non per accusare alcuno: la mia intenzione era quella di cercare di ricreare l’ambiente in cui si è svolta la scena che abbiamo ascoltato nel brano di Vangelo, il brano in cui è contenuto quel “Nemo propheta in patria” divenuto ormai proverbiale nel nostro lessico quotidiano.

Gesù (stando alla narrazione di Marco) torna per la seconda volta nella sua Galilea, e la prima volta era stato un successone: a Cafarnao, sempre di sabato e sempre nella sinagoga, il suo insegnamento era piaciuto, perché pieno di autorità (nel senso dell’autorevolezza), al punto da culminare nella guarigione di un indemoniato, cosa che ai capi della sinagoga (scribi e dottori della Legge) non era mai riuscita. Il contesto per il suo ritorno in patria non poteva che essere a lui favorevole. E invece…

Che cosa sarà mai successo di così grave da trovare un’opposizione di quel tipo (Gesù stesso si meraviglia del loro atteggiamento), se poco tempo prima tutta la folla era rimasta positivamente meravigliata dal suo insegnamento? A qualcuno, evidentemente, la popolarità e la bravura di Gesù, deve aver dato fastidio; a qualcuno, il Maestro autorevole quella volta deve aver calpestato i piedi… per cui, la vendetta gli viene servita su un piatto freddo. Lo si lascia tornare dopo un po’ di tempo a casa sua, e in quel frangente di tempo si ha tutta la possibilità di gettare discredito sulla sua persona: si comincia a insinuare che la sua formazione culturale non è accreditata, che non è altro che un povero falegname, che non appartiene a una famiglia altolocata, e – come se non bastasse – si ironizza e si malefica anche sulla sua presunta “nascita miracolosa”…al punto che non c’è di meglio che definirlo “figlio di Maria” (e non citare il padre, a quel tempo, equivaleva a dire “figlio di”). Del resto, quando non si hanno motivi, quando non si hanno argomenti per definire “cattiva” una persona e il suo operato, si passa alle malignità, alle cattiverie, alle calunnie, spesso associate a una buona dose di menzogna. E in questo sono esperte in modo particolare quelle persone che non hanno niente da fare, perché – altrimenti – non perderebbero il loro tempo dietro a queste “novelle paesane”.

Ma quello che fa più male a Gesù (e a noi) credo che sia il fatto che certe maldicenze vengono pronunciate “di sabato nella sinagoga”, sarebbe come a dire, la domenica a messa… Che onore ci fanno, queste cose! Che belle cose, dette e fatte da noi cristiani, uomini e donne della “sinagoga del sabato”, della messa della domenica, sempre in chiesa tutti i giorni, magari anche più volte al giorno! Che bello, quando ci sentiamo dire da tanta gente: “Non vado più in chiesa, non metto più piede in oratorio perché c’è un ambientino…”. D’accordo, molte volte sarà anche una posizione di comodo. Ma oggi il vangelo non parla di gente che ci rimane male e se ne va dalla chiesa-sinagoga perché gli fa comodo andarsene dopo che ha sentito una parola poco gradevole: parla di Gesù in persona, che se ne va dalla chiesa-sinagoga per la maldicente incredulità della gente.

A lui, queste cattiverie e maldicenze non cambiano più di tanto la vita: in questa sua debolezza si manifesterà comunque la grazia di Dio (come dice Paolo nella seconda lettura). È a noi, a noi gente della Galilea, a noi amici, parenti, familiari di Gesù, a noi uomini e donne del “sabato della sinagoga”, che viene rivolto questo appello a smetterla con questi atteggiamenti. Un antidoto alla maldicenza c’è, e lo dico spesso: tirarsi indietro le maniche e trovare qualcosa da fare. Come Gesù, per non farsi travolgere dalle cattiverie, ha continuato a evangelizzare nei villaggi vicini, così anche noi non dobbiamo perdere tempo dietro a tante cose dette, a tante mezze frasi, a tante insinuazioni: riprendiamo il nostro cammino dietro a lui, e tiriamo avanti. Qualcuno di interessato al Regno di Dio e alla sua giustizia, alla fine, ci dovrà pur essere; chi invece vuole continuare a parlare male e a scandalizzarsi di tutto e di tutti, sappia che la Parola di Dio è molto più efficace delle calunnie.

E soprattutto, Dio non ha tempo da perdere: deve salvare il mondo.

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