VI domenica di Pasqua

Le parole che ascoltiamo oggi, dal capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, sono precedute dalla bella immagine della vite e dei tralci, che Gesù usa per parlare dell’amore fra Lui e noi. Come la linfa vitale scorre dalle radici al tronco fino ai tralci, così l’amore di Dio scorre dal Padre al Figlio fino ai discepoli.

Come ondate successive, si susseguono e accavallano espressioni molto importanti: rimanete nel mio amore, gioia piena, amatevi come io vi ho amato, chiamati amici e scelti, portare frutto che rimane. Non dimentichiamo che il contesto nel quale Gesù dice queste cose è quello dell’ultima cena con i discepoli, poco prima di raggiungere il Getsemani e iniziare la passione. Siamo nel lungo discorso di addio (cf Gv 14-16), è l’ultima occasione per Gesù di parlare con i suoi, per rincuorarli nel turbamento e rafforzarli nella fede, per fare le ultime raccomandazioni e consegnare le ultime promesse. Certamente questi discorsi sono stati rielaborati dalla comunità giovannea nella stesura definitiva del Vangelo, ma esprimono appieno i sentimenti di Gesù, la trepidazione per i discepoli che deve lasciare e il desiderio che rimangano radicati in Lui così da ricevere la pienezza della vita da Dio.

La prima cosa che il Signore dice è: Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Gesù non ha trattenuto per sé, gelosamente, l’amore del Padre ma lo ha riversato sui discepoli, su di noi. E ora ci chiede di rimanere nel suo amore. Questo amore è come uno spazio, un abbraccio, una casa accogliente nella quale possiamo rimanere/dimorare. Il verbo rimanere (come anche la parola amore e il verbo amare) ricorre tante volte nel Vangelo di Giovanni, soprattutto in questo contesto, e indica una comunione d’amore molto profonda. Gesù non usa la costruzione «rimanete con me» che è più consueta nel linguaggio corrente ma «rimanete in me», alludendo ad una relazione particolarmente stretta e intensa, ricca di reciprocità ed intimità. Gesù si offre come luogo nel quale possiamo dimorare sicuri in attesa che Lui torni, ci prenda con sé e ci porti al posto che ha preparato per noi presso il Padre (cf Gv 14,2-3).

Come si può, concretamente, rimanere nel suo amore? Gesù lo dice: se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore. Qui non siamo nel linguaggio giuridico dell’osservanza dei precetti, ma in quello dell’amore che riconosce la Parola come dono. Osservare significa custodire, tenere con sé come un tesoro, non trascurare. Anche per questa custodia il modello è l’unione del Padre e del Figlio: come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Quindi accogliere in noi le parole/la Parola di Gesù è il modo per rimanere nel suo amore.

Questa prima parte è conclusa da un riferimento alla gioia: vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Se rimaniamo nel suo amore, la sua gioia sarà in noi come conseguenza. Non riusciamo neanche ad immaginare quale e quanta sia la gioia del Signore Risorto, però già ci rende felici sapere che è possibile essere abitati da essa. Gesù mira alla pienezza della nostra gioia; in un altro passo dice: sono venuto perché abbiano la vita in abbondanza (cf Gv 10,10). Ecco, Gesù ci vuole riempire di gioia e di vita, il suo desiderio è di darci tutto di sé per renderci veramente e infinitamente felici. Più oltre, nel Vangelo, dirà anche che la gioia che Lui ci da non ce la potrà togliere nessuno, perché è la gioia della sua risurrezione (cf Gv 16,23).

Dopo aver parlato di comandamenti in modo generale, Gesù si esprime in modo preciso: questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Come io vi ho amati; nella parte precedente aveva detto come il Padre ha amato me anche io ho amato voi, ed ora ci dice amatevi fra di voi come io vi ho amato. Qui proprio vediamo l’amore che fluisce come una cascata dal Padre al Figlio fino a noi. Dio si comunica tutto, si dona senza misura, non pone distanze e non fa differenze. E vuole che il suo Amore scorra tra i suoi figli, sia il dono che si scambiano, il collante che li unisce. E’ l’amore trinitario che ci raggiunge e ci include nel suo dinamismo.

Ma è possibile per noi amare come Gesù ci ha amati? Ci viene spontaneo rispondere che non ci è possibile. Ed è vero, è la verità. L’avverbio come che Gesù usa ha un senso profondo; non indica solo l’esemplarità (amatevi come io vi ho amati) ma anche una causalità che ci abilita ad amare (potete amarvi perché io vi ho amati). Infatti da soli non possiamo far nulla; è Gesù che ci dona la possibilità di amare unendosi a noi; è Lui che, comunicandoci la sua vita di Risorto, ci trasmette la forza del suo amore e la capacità di viverlo in tanti modi anche nella nostra debolezza e fragilità.

L’amore di Gesù è stato il più grande: dare la vita per i propri amici. Con il dono della sua vita, attraverso la sua morte, ci ha riscattati dalla schiavitù e ci ha immessi in relazione di amicizia con Lui: vi ho chiamato amici. Ricevere e custodire la sua Parola ci fa passare dall’essere servi all’essere amici: voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando. Al servo il padrone non rivela le sue cose più intime, il servo non conosce profondamente il padrone perché costui non si comunica al servo. Gesù invece dice: tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Quelli che erano i segreti più intimi dell’amore fra Padre e Figlio ce li ha rivelati, quello che sta nel cuore del Padre ce lo ha fatto conoscere. E’ Gesù che ci dona la sua amicizia, basata dalla comunicazione e condivisione dell’amore del Padre. Tutti (si spera) abbiamo esperienza dell’amicizia e sappiamo che è un sentimento speciale, un affetto forte e stabile, un condividere la vita, un poter fare affidamento e riposare nel cuore dell’altro senza timore alcuno (la paura è propria del servo). E’ bellissimo ed oltre ogni umana aspettativa e immaginazione che Dio ci chiami alla amicizia con Lui!

Oltre che amici, Gesù ci dice che siamo anche scelti. E sottolinea che non siamo noi ad aver scelto Lui, ma il contrario. Come leggiamo nella 1Gv: In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi. Questa consapevolezza è importante perché ci mette nella giusta posizione, ci libera dal rischio di pensare che siamo noi a fare qualcosa per Dio, che siamo noi gli attori principali nel rapporto con Lui. Tutto comincia con l’essere amati, il Vangelo ci racconta della gratuità del Signore nei nostri confronti.

C’è un ultimo, amorevole desiderio di Gesù: vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. Portare frutto rimanda all’immagine della vite e dei tralci, e già più sopra nel capitolo Gesù ha detto che portare frutto significa diventare suoi discepoli (cf Gv 15, 8). Ora c’è un approfondimento. Vi ho costituiti è una espressione importante perché indica una elezione, una investitura dall’alto finalizzata (perché) a portare frutto. Cosa è questo frutto che Dio attende e spera da noi? Sono i frutti della santità, i frutti della vita teologale, i frutti della carità. Il Signore ci ha scelti uno ad uno, così come siamo, per portare il frutto del suo amore accolto e ridonato. Questo è il frutto che rimane, perché conservato eternamente presso Dio.

Al Vangelo fanno eco le due letture. Nella prima, dagli Atti degli Apostoli, vediamo Pietro che deve abbandonare le sue logiche ed accondiscendere all’opera dello Spirito che Dio effonde con larghezza, al di là degli steccati umani. Pietro deve accettare che gli orizzonti di Dio siano molto più ampi dei suoi, senza confini. Dio pensa in grande e ci chiede di assumere il suo pensiero! La seconda riprende i temi del Vangelo e ci esorta a mettere in pratica la Parola di oggi, invitandoci all’amore reciproco quale segno dell’essere figli di Dio: chi ama è generato da Dio.

Davvero contemplare nello Spirito santo l’immenso amore del Padre e del Figlio ci fa ripetere con stupore le parole del salmo: cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie!

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