Santissimo Corpo e Sangue di Gesu’

Proponiamo una riflessione un po’ originale, forse un po’ ardita, sul grande cap. 6 di Giovanni, da cui è tratta la pagina proposta per questa festa. Un’occhiata d’insieme: tre parti, curiosamente corrispondenti alle tre parti del salmo 22/23, il salmo del «pastore». Intanto notiamo il solito cenno su una festa ebraica. Questa volta è la Pasqua, la seconda della «vita pubblica» di Gesù. Nella terza, sarà lui l’Agnello pasquale…

Prima parte: Gesù, con una battuta un po’ provocatoria, e forse con una punta di umorismo (si rivolge a Filippo!) dice: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Poi fa sedere la folla sull’erba fresca («in pascoli erbosi») e la ristora con un cibo che viene da chissà dove… La gente non coglie il segno. Vogliono farlo re, ma egli fugge tutto solo sul monte.

Seconda parte: il cammino sul mare. Questo tratto sembrerebbe poco… eucaristico. Invece no. Gesù è la Presenza, l’Io-Sono. «Non temete…». «Se dovessi camminare in valle oscura, non temerei…». «Tu sei con me»: punta del Salmo. «Io-Sono, non temete». Tutto si calma. Davanti all’Eucaristia non ci sono più problemi: ci sono solo soluzioni.

Terza parte: il grande discorso sul Pane di vita alla sinagoga di Cafarnao.  Nel salmo si parla di una «mensa» preparata da Dio «per la distesa dei giorni»: Gesù si presenta come Pane di Vita eterna. Scandalo! I Giudei mormorano, come la generazione dell’Esodo. Scandalizza l’Incarnazione del Verbo. Il falegname di Nazareth come può essere il Pane disceso dal cielo? «Chi mangia la mia carne…». Questo linguaggio è duro. La generazione dal cuore duro accusa di durezza la Parola: scarica il suo peccato sulla Parola! Gesù non raddolcisce il messaggio, ma spinge al massimo lo scandalo: «Questo vi scandalizza? E se ve deste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?» Questa espressione significa la morte. Conclusione amara: «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui». Come reagisce Gesù a questa «emorragia»? Non attutisce il colpo. Ai pochi rimasti non dà spiegazioni. Rischia di perdere anche gli intimi: «Volete andarvene anche voi?». Chiede di firmare in bianco per lui. Il punto d’arrivo a cui l’evangelista vuol portarci è l’intervento di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

Io sono il pane vivo

Oggi, festa del Corpo e Sangue del Signore, la Chiesa ci invita a fermarci. Tutti ci dicono di correre, di fare le cose in fretta, di non perdere tempo, di essere tonici e dinamici. La madre Chiesa – per fortuna! – è di tutt’altro parere. Fermarci, dunque. Fermarci per fare il punto della situazione della nostra fede e per provare a grattare via tutte le incrostazioni fatte di abitudini, superficialità e fretta che a volte caratterizzano il nostro rapporto con l’Eucarestia celebrata nelle nostre comunità. Fermarci per chiederci onestamente se andiamo a Messa solo per sentirci in pace con la coscienza o perché quell’ incontro con Gesù è la chiave di volta della nostra settimana. Fermarci per chiederci se la Parola che ascoltiamo e il Pane che ci viene donato sono accolti come un dono o subiti come una abitudine. Leggo e rileggo la pagina di Giovanni che la liturgia ci propone in questa domenica e trovo una cosa che mi stupisce e mi affascina. Gesù non dice di nutrirci della sua santità o giustizia, non dice di bere la sua innocenza e mitezza e non dice neppure di prendere forza dalla sua potenza divina. Gesù dice di prendere e mangiare la sua carne! Pazzesco! Ma vi rendete conto? Gesù ci offre la sua debolezza e la sua fragilità! Avrebbe potuto rimanere in mezzo a noi in mille e mille modi, non è forse il Figlio di Dio? Avrebbe potuto lasciarci il segno definitivo della sua potenza o della sua gloria, tanto per convincerci per bene e togliere ogni dubbio alla nostra fede traballante. Avrebbe potuto… E invece no! Gesù rimane in mezzo a noi con il suo corpo, la sua storia, la sua vita appassionata d’amore, la sua trasparenza del Volto del Padre. Mangiare la carne e bere il sangue del Signore è nutrirsi del cuore incandescente dell’amore, è assimilare il segreto di quella vita più forte della morte, è scoprire che Dio mi è più intimo di quanto io lo sia con me stesso. Mangiare e bere di Lui è scoprire che solo Lui sfama e disseta le nostre inquietudini, che solo Lui può dare forza e direzione alla nostra vita, che solo Lui sa riempire di bellezza la nostra quotidianità. Nutrirci di Lui significa dire il nostro “Sì” a quel progetto di vita che Gesù ha rivelato dalla Croce, rinunciare ad essere gli architetti della propria vita ed entrare in comunione con il suo progetto d’amore.

Storia del chicco di frumento

Erano nati a primavera con i raggi del sole in un campo di un luminoso verde tenero. Tutti nella loro culla che mamma Spiga aveva preparato, con cura. Tanti lettini allineati che il vento cullava, mentre grilli e cicale cantavano la ninna nanna. Dal verde tenero diventarono di un bel giallo brillante, sempre più grassottelli, e chiacchieroni. «È bellissimo! Questa sì che è vita!». Dondolare in cima al lungo stelo della spiga insieme a migliaia di altri chicchi di frumento sempre più allegri e rubicondi era molto divertente. «Piano, ragazzi!», li ammoniva, mamma Spiga.  «È ora, che dimostriate un po’ di maturità: presto, comincerà la mietitura!».  «Che cos’è la mietitura?», chiese un chicco, l’ultimo in fondo, che era sempre l’ultimo a sapere le cose.  «Sciocchino» gli rispose quello più in alto, che sapeva tutto. «È quando ci portano via di qui e ci mettono in quelle macchine rumorose». «È quando cominciate a fare quello per cui siete nati», concluse la mamma. In un’assolata giornata di fine Giugno, una grossa macchina rossa passò veloce fra le spighe mature e raccolse i chicchi di grano con la sua grossa bocca spalancata. «Addio!». «Arrivederci!». «Buona fortuna!». Si sentiva, da tutte le parti. I chicchi di grano furono raccolti in grossi sacchi e poi in enormi depositi. Addio, al sole, al vento, al canto dei grilli. Nel deposito, era tutto buio. «Che succederà, adesso?».  Un vecchio topo con gli occhiali, che da tempo immemorabile viveva tra due travi del granaio, lo spiegò pazientemente ai più vicini, i quali lo raccontarono a quelli che avevano accanto e così via. «La missione dei chicchi di grano è una gran missione» esordì il vecchio topo.  «Seconda appena a quella dei topi che, come sapete, sono la razza eletta della Creazione». «Buu!» fecero i chicchi all’unisono. «Impertinenti! In ogni caso, alcuni di voi saranno seminati, cioè messi dentro la terra!».  Un brivido passò, tra i chicchi.  «Altri saranno macinati!».  Un altro brivido percorse i granelli di frumento.  «Ma diventeranno farina, e poi pane profumato, o deliziosi biscotti!».  I baffi del topino, vibravano di soddisfazione e ricordi.  Tirò su con il naso e continuò: «Gli uomini portano il pane a tavola, lo benedicono, lo dividono. È molto importante per loro: porta gioia, porta la vita: sono grandi e grossi grazie al pane… Grazie, a voi!».  I chicchi di grano trattenevano il fiato sospesi alle parole del vecchio topo.  Ora, sapevano. Ed erano orgogliosi, della loro missione. Solo un granello di frumento si lasciò scivolare al fondo del mucchio di chicchi e si nascose in una fessura nel pavimento del granaio. Non voleva essere seminato. Non voleva, morire. Non voleva essere sacrificato. Voleva salvare la propria vita. Non gliene importava niente di diventare pane. Né di essere portato a tavola. Né tantomeno di essere benedetto e condiviso. Non avrebbe mai donato vita. Non avrebbe mai donato gioia. Un giorno arrivò la moglie del contadino, e con la polvere del granaio spazzò via anche l’inutile granello di frumento.

«Se, il granello di frumento, caduto in terra, non muore, rimane solo:  ma, se muore, porta molto frutto!»

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