IV domenica di Quaresima

Cecità

L’uomo è cieco, ma Dio ci vede benissimo. Nel nostro cammino di desertificazione Dio ribalta le prospettive: quelli che credono di essere degli illuminati sono avvolti nella tenebra, chi – come il cieco nato – è corroso dai sensi di colpa e dalla malattia, diviene discepolo perché oggetto della grazia di Dio.

La cecità del personaggio di oggi è la nostra cecità, la nostra incapacità nel credere, la nostra fatica a fidarci di Dio. Al tempo di Gesù, malgrado secoli di riflessione sulla sofferenza (Giobbe insegna), molti erano convinti che la malattia fosse una punizione divina. Ragionamento corretto e implacabile: se sgarri Dio ti punisce con la malattia, se nasci malato hanno peccato i tuoi e Dio ti punisce attraverso i figli. Ragionamento ineccepibile, ma Dio ne esce malino! Oggi, grazie a Dio, nessuna più pensa queste cose orribili (ah!ah!). Gesù scardina quest’opinione: il punito, il maledetto diventa discepolo, la cecità non è più limite ma apertura ad una dimensione più profonda, più luminosa della realtà stessa. L’abbandonato, il reietto giudicato (i malati non suscitavano compassione, se l’erano cercata!) è salvato, guarito, illuminato. Anche noi discepoli siamo chiamati a superare la cecità, ad essere accesi e illuminati dalla Parola che ci svela a noi stessi. L’uomo, così bravo a scoprire e usare le leggi della natura e del cosmo, ancora si vive come un Mistero irrisolto, si percepisce con profondità vertiginosa, non sa darsi risposta. Manchiamo di coscienza di noi stessi. Pur conoscendoci, non riusciamo a sondare tutti gli aspetti della nostra vita, del nostro carattere; Dio, allora, ci rivela a noi stessi. Con il dono della fede, Dio ci illumina la vita e diventiamo discepoli.

Illuminazioni

La sete infinita di infinito della Sposa samaritana, ora, è colma, sazia. Non ha più vergogna della sua fragilità affettiva, della sua vita disordinata, degli inganni dati e ricevuti pur di avere una goccia d’acqua. Stagnante.

Ora ha incontrato la sorgente. Ora lei stessa è divenuta sorgente che zampilla per le persone che, prima, non voleva incontrare. Non ci sono ostacoli, ruoli, peccati che la possano tenere lontana dallo Sposo che, stanco, l’ha cercata per amarla. La sua è una vita passata a nascondersi, per timore di essere giudicata. Lei è una peccatrice che diviene discepola e testimone. Come il cieco nato. Che storia.

Dio ci vede

È Gesù che, passando, vede il cieco nato. Non grida, il poveretto, non chiede, forse neppure sa chi sia il Nazareno. La sua è una vita fatta di ombre, di fantasmi. Non ha mai visto la luce, come desiderarla? Perché? E Dio lo vede, vede il suo dolore, il suo bisogno, la sua pena, la sua vergogna. Vergogna, certo, perché è un innocente che paga i peccati dei genitori. Anzi, forse ha già commesso peccato nel grembo della madre, come sostenevano alcuni rabbini. È Dio che l’ha punito, perché chiedere qualcosa a questo Dio terrificante? Così tutti pensano. E invece. Un po’ di fango sugli occhi, e l’uomo torna a vedere. Gesù, intanto, se n’è andato, non vuole applausi, vuole solo dimostrare che Dio non è quel bastardo che a volte gli uomini (religiosi) dicono che sia.

Il cammino di illuminazione

Inizia un feroce dibattito: chi lo ha guarito? Perché? E perché di sabato? Molti sono i personaggi coinvolti: la folla, i farisei, i suoi genitori, i discepoli… Ma lui solo è il protagonista, il cieco che recupera prima la vista, poi l’onore, poi la fede. Prima descrive Gesù come un uomo, poi come un Profeta, poi lo proclama Figlio di Dio. La fede è una progressiva illuminazione, passo dopo passo, ci mettiamo degli anni per riuscire a proclamare che Gesù è il Signore. E anche la sua forza cresce: il suo senso di colpa svanisce, acquista coraggio. Interrogato, risponde, quando viene inquisito dai devoti, sa cosa dire. Infine è ironico, controbatte, argomenta. Come può un peccatore guarire un cieco nato? E osa: volete farvi discepoli anche voi? Non ha timore, nemmeno dei suoi genitori, pavidi, divorati dal giudizio degli altri, che si rifiutano di schierarsi, intimoriti dalla tragica logica comune. È libero, il cieco. Ci vede, ci vede benissimo, con gli occhi e col cuore.

La tenebra

Chi crede di vedere, invece, cade nella tenebra più fitta. Credono di sapere, i devoti, credono di sapere tutto. Non si mettono in discussione, come il cieco che ammette di non sapere. Loro sanno ed è il mondo, gentilmente, che si deve adeguare alle loro teorie. Prima dicono che il cieco mente, che non è mai stato cieco, poi affermano che Gesù è un peccatore, infine, davanti all’evidenza, perdono le staffe. L’arroganza non ammette le ragioni degli altri, impone solo le proprie. Credono di vedere, e sono loro i ciechi. Accecati dalle loro false sicurezze, non si pongono dubbi. Sanno. L’evangelista è caustico, nel suo ragionare: chi è il cieco del racconto?

Illuminazione

È un progressivo cammino verso la luce, la fede. Nessuna apparizione o folgorazione, fidatevi, ma un lento incedere della verità in chi le lascia spazio nel proprio cuore. Dio vede la nostra tenebra e desidera illuminare la nostra conoscenza, i nostri sensi. E pone una sola condizione: lasciarci mettere in dubbio, porci delle domande, indagare. Come il cieco che non sa, che si interroga, che argomenta. Il rischio, invece, è di fare come i farisei che sono convinti di non avere nulla da sapere, nulla da capire. Sanno, e basta. Quanti arroganti vedo intorno a me! Nelle proprie convinzioni politiche, schierati a prescindere. Quanti arroganti nelle proprie convinzioni agnostiche e anticlericali, atei a prescindere, rabbiosi per principio (fatevi un giro sul web!), intolleranti nel nome di una mal intesa idea di tolleranza. Quanti arroganti fra noi cattolici, sempre armati, sulle difensive, santamente convinti di dover menare bastonate ai non credenti e, quel che è peggio, ai credenti che dubitano, che si interrogano, proprio come il cieco. Cattolici che si sentono in dovere di difendere la Chiesa a prescindere, scordandosi che essa è santa e peccatrice, sempre in riforma, cattolici che si arrogano il dovere di rilasciare patentini di cattolicità. Lasciamo che il Signore ci restituisca la luce, lasciamo che la sua Parola ci conduca alla verità tutta intera. Le domande, gli interrogativi, ci aiutino a scoprire in lui il Signore risorto della nostra vita.

Ma noi galleggiamo

Il potente re Milinda disse al vecchio sacerdote:

«Tu dici che l’uomo che ha compiuto tutto il male possibile per cent’anni e prima di morire chiede perdono a Dio, otterrà di rinascere in cielo. Se invece uno compie un solo delitto e non si pente, finirà all’inferno. È giusto questo? Cento delitti sono più leggeri di uno?».

Il vecchio sacerdote rispose al re: «Se prendo un sassolino grosso così, e lo depongo sulla superficie del lago, andrà a fondo o galleggerà?».

«Andrà a fondo», rispose il re.  «E se prendo cento grosse pietre, le metto in una barca e spingo la barca in mezzo al lago, andranno a fondo o galleggeranno?». «Galleggeranno». «Allora cento pietre e una barca sono più leggere d’un sassolino?».

Il re non sapeva che cosa rispondere. E il vecchio spiegò: «Così, o re, avviene agli uomini. Un uomo anche se ha molto peccato ma si appoggia a Dio, non cadrà nell’inferno. Invece l’uomo che fa il male anche una volta sola, e non ricorre alla misericordia di Dio, andrà perduto».

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