II domenica di Avvento

Come inizia il suo Vangelo il “nostro” Marco, che ci accompagnerà lungo tutto quest’anno liturgico? Marco inizia facendo parlare Isaia, il più grande dei profeti d’Israele, per mostrare che tra il Vangelo di Gesù, Figlio di Dio, e le promesse dell’Antico Testamento, non c’è soluzione di continuità: come scrisse Isaia nel suo libro, così avvenne attraverso la predicazione di Giovanni il Battista. Molte sono le analogie tra Giovanni il Battista e un altro grande profeta della storia d’Israele, Elia, del quale si diceva che sarebbe tornato sulla terra poco prima dell’arrivo del Messia. Entrambi – Elia e il Battista – invitavano alla conversione un popolo che si era allontanato in maniera evidente dal culto al vero Dio; entrambi si vestivano di peli di cammello e si cibavano di quello che la natura metteva loro a disposizione; entrambi saranno perseguitati dalle autorità politiche e religiose proprio per il loro desiderio di smuovere le coscienze e far tornare il popolo a un culto di Dio autentico e genuino. C’è un altro elemento comune alle figure di Elia e del Battista, ed è il luogo dove abitualmente vivevano e operavano: il deserto, la solitudine, il silenzio. Menzionando il deserto, tuttavia, Marco presenta la figura di Giovanni discostandosi da quanto espresso dal profeta Isaia: entrambi parlano, sì, di una voce profetica che risuona, e del deserto come luogo privilegiato di questa voce. Ma il modo in cui Isaia parla di questa voce e del deserto, non è lo stesso in cui Marco parla di Giovanni.

Isaia parla di “una voce che grida: Nel deserto preparate la via al Signore”. E il riferimento è un fatto storico ben preciso: buona parte del popolo d’Israele, soprattutto le classi sociali più elevate e acculturate, si trovava in esilio in terra babilonese da circa 60 anni e Isaia (o il discepolo che scrive questo testo) annuncia il ritorno dei deportati come una cosa imminente. Cosa che avverrà puntualmente nel 538 a.C. In previsione di questo ritorno, Isaia annuncia la necessità di preparare una strada nel deserto per il ritorno dei deportati. Non si tratta solo di un’indicazione geografica per indicare il deserto della Siria attraverso cui è necessario passare per andare dalla terra di Babilonia (l’attuale Iraq) alla Palestina. L’analogia con l’Esodo è evidente: come Dio aveva guidato il popolo d’Israele per quarant’anni nel deserto dall’Egitto verso la terra promessa, così guiderà i deportati nel loro viaggio di ritorno a Gerusalemme attraverso il deserto. La voce che annuncia l’imminenza di questo ritorno non si trova, quindi, nel deserto. Si trova senza dubbio a Babilonia, dove recherà l’annuncio agli esiliati (annuncio di consolazione, come dicono le prime parole della lettura che abbiamo ascoltato); ma si trova certamente anche a Gerusalemme, dove annuncia a coloro che erano rimasti nella terra promessa senza più una classe dirigente, senza il tempio, senza gli uomini di cultura, senza le autorità religiose e senza alcuna istituzione, ovvero senza alcun punto di riferimento, che la loro sofferenza è finita, e che anche loro devono darsi da fare per preparare il ritorno degli esuli a Gerusalemme. Cosa che avverrà con non poche difficoltà, perché sessant’anni di storia avevano visto passare ben due generazioni, e il rischio che tra fratelli ebrei non ci si riconoscesse più era molto alto: soprattutto, le mentalità degli esuli in Babilonia e del piccolo resto d’Israele rimasto in patria erano molto diverse. Ad ogni modo, la voce del profeta invita a preparare la strada nel deserto: ma essa non risuona nel deserto.

Quella che risuona nel deserto, perché nel deserto ci vive, è quella di Giovanni il Battista, di cui infatti Marco dice: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore”. Sembrerebbe una contraddizione, o per lo meno una cosa inutile: che cosa grida uno nel deserto? E soprattutto, a chi e per che scopo grida? Chi vuoi che lo senta? Sappiamo bene che Giovanni aveva un buon gruppo di persone e di discepoli (che a volte diventavano folle) che andava ad ascoltarlo in questi luoghi deserti dove egli viveva e da dove si spostava verso il fiume Giordano per battezzare: ma anche qui, il significato va ben oltre una descrizione geografica. La voce di Isaia risuonava nelle città, e chiedeva di preparare per gli esuli la strada del ritorno che sarebbe passata nel deserto come già al tempo dell’Esodo; la voce di Giovanni, invece, risuona nel deserto perché è lui stesso che si trova nel deserto, ed è nel deserto che si prepara alla venuta del Salvatore.

Questo significa che il vero protagonista di questa seconda domenica di Avvento è senza dubbio il messaggio di consolazione e di speranza che il profeta vuole iniettare in un popolo desolato, deluso e privo di punti di riferimento; ma questo messaggio rischia di rimanere inascoltato e inefficace se non si ha il coraggio di “stare” nel deserto, di vivere il deserto, di lasciare che il deserto pervada la nostra esistenza.

E deserto vuol dire silenzio (quello che a volte non riusciamo a fare neppure per un minuto nell’arco della giornata, nemmeno di notte); deserto vuol dire povertà ed essenzialità (quella che siamo talmente incapaci di attuare al punto da riempire le nostre case, i nostri armadi, i nostri frigoriferi, i nostri cassetti, i nostri mobili, addirittura i nostri presepi di tante cose così poco necessarie che la metà sarebbero sufficienti per vivere più che dignitosamente); deserto vuol dire soprattutto solitudine, non quella sofferta a causa delle vicende della vita, ma quella ricercata per stare un po’ con noi stessi e anche con Dio.

È bello, e anche giusto, prepararci al Natale preoccupandoci di tante cose suggestive legate alla tradizione: ma magari ritagliarsi qualche momento di silenzio e di deserto per preparare la strada al Signore non sarebbe male…

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