II domenica del tempo ordinario

Bella scena. I due discepoli di Giovanni si avvicinano a Gesù, grandioso.

Nessuno sa chi sia, è uno dei tanti pellegrini venuto a farsi battezzare, non è ancora il rabbino che raduna folle oceaniche.

Sono determinati i due discepoli (forse sono Andrea il fratello di Pietro e Giovanni l’evangelista), ma quando si avvicinano, Gesù li gela.

Si aspettano un incoraggiamento, Gesù che dica loro: finalmente due discepoli! Grazie! Era l’ora!
Macché, si gira e dice loro: che volete? Che cercate?
Cosa vogliamo quando cerchiamo di seguire Gesù?

Sicurezza? Degli amici? Una benedizione che mi faccia andare diritta la vita? Approvazione dagli altri? Un rifugio?
Cosa cerchiamo? Perché siamo cristiani?
Ci hanno insegnato così!
Può essere, proprio come i discepoli di Giovanni.

Ma c’è un momento in cui si cambia registro. E Gesù chiede consapevolezza. Chiede di prendere in mano la propria vita, di fare delle scelte, di osare.

La prima parola che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni è una domanda: cosa cerchi quando cerchi me? Cosa vuoi veramente?
Ognuno dia la sua risposta, ovviamente.

Ma l’idea che Gesù non cerchi discepoli in saldo, che non voglia amici a tutti i costi, che non si faccia andare bene tutto, mi affascina e mi convince. È libero, Gesù. Non vuole cristiani a traino, vuole persone capaci di mettersi in gioco. In cambio propone di sperimentare la vita vera.
Dove abiti?
Non se l’aspettavano, i due.

Giustamente sono colti di sorpresa, spiazzati. Dio non è mai come ce lo aspetteremmo. Sempre altrove, sempre oltre, diverso.

Non ci fa l’applauso se lo seguiamo, non ci dice che siamo bravi ragazzi se diventiamo discepoli. Nessun premio, nessuna manipolazione. È straordinariamente felice se ci mettiamo a cercare Dio insieme a lui, certo. E se ci mettiamo, finalmente, a coltivare la nostra anima. Ma non per fargli piacere, piuttosto per fare a noi stessi il più grande piacere della nostra vita.

Non se l’aspettavano… borbottano, bofonchiano, balbettano, prendono tempo…

Come a dire: eh, calma! Vacci piano! Non sappiamo chi sei, non sappiamo ancora cosa accadrà, non esageriamo! Dove abiti?

Cioè: dacci certezze, facci leggere il contratto, cosa succede se ti seguiamo veramente? Dove ci condurrai?

È normale. Meglio avvicinarsi a piccoli passi, meglio indagare prima di tuffarsi, meglio essere prudenti. E se poi dietro c’è una fregatura? È pieno il mondo di gente che vende fumo!

Se quando ci avviciniamo al Signore siamo perplessi, un po’ ci impauriamo o ci vergogniamo (dai, diciamocelo, oggi essere cattolici non va proprio di moda!), non c’è da temere. È normalissimo che ciò accada…
La risposta di Gesù è spettacolare.

Venite e vedrete

Non c’è niente da fare. Nessun contratto, né indicazione, nessuna rassicurazione.
L’unica è lanciarsi, provare, osare. Andare a vedere.

Com’è salire sul Gran Paradiso? Mi chiedono. Vieni e vedi, rispondo.
È buono quello strano frutto esotico? Assaggia!

La fede fa parte di quelle splendide esperienze umane in cui devi esserci. Nessuna delega.

Come innamorarsi. O fare canyoning. O partecipare ad un concerto del tuo cantante preferito.

O ci sei o non capisci. O ci sei o immagini. O ci sei o sei out.

Vuoi capire chi è Dio? Vieni a conoscerlo.

Se vuoi capire la Parola, devi imparare a meditarla e pregarla.
Se vuoi scoprire la tua anima, la devi coltivare.
Se vuoi uscire dal pantano e dalla noia, devi osare.

Questo è il messaggio che ci viene donato all’inizio di questo anno.

Le quattro del pomeriggio

È Giovanni che scrive. Lui c’era. Non dice cosa è successo, cosa hanno visto e sperimentato.

Non fa questo errore. L’incontro fra Dio e un’anima è un affare privato, un’esperienza irripetibile, qualcosa che ti marchia a fuoco. Magari ti è già accaduto. Quella serata di preghiera, quel viaggio, quell’esperienza di fede… Momenti in cui hai avuto la certezza interiore della presenza di Dio.
E della sua bellezza.

Giovanni evangelista lascia intendere che se vuoi, che se vogliamo diventare discepoli, come lui, dobbiamo superare ogni perplessità ed osare.

Ma lascia un indizio. Quando scrive sono passati quarant’anni da quell’incontro.

Si ricorda ancora l’ora. L’ora precisa. Le quattro del pomeriggio.

Quando fai un’esperienza che ti segna, un’esperienza fuori dall’ordinario, ti restano impressi i dettagli. Ma solo se è un’esperienza totalizzante che ti segna la vita.

E tu, che ora era quando hai incontrato Dio?

Non l’hai incontrato ancora? E cosa aspetti?

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