I domenica di Quaresima

Nella sua descrizione dei quaranta giorni di Gesù nel deserto, l’evangelista Marco racchiude in solte tre righe tutta l’esperienza del popolo di Dio dell’Antico Testamento. Da una parte, lo presenta come il tempo della prova quando afferma che lo Spirito sospinse Gesù nel deserto, dove rimase quaranta giorni (come i quarant’anni del popolo nel deserto) per essere tentato da Satana (Mc 1,12). D’altra parte, è l’occasione privilegiata per sperimentare l’alleanza, cioè l’amore fedele del Signore, come lo rivelano due dettagli: Stava (Gesù) con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano (Mc 1,12).

La prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, parla di un’alleanza che il Signore stabilisce con Noè e con i suoi figli: Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici (Gn 9,9-10). Gli animali selvatici generalmente fuggono le persone o sono pericolosi per loro. Questa diffidenza è un sintomo dell’inimicizia tra l’umanità e il creato risultata dalla nostra separazione da Dio dopo la trasgressione di Adamo ed Eva. Quando allora Dio ristabilisce la sua amicizia con noi attraverso l’alleanza che stringe con Noé, promette di aiutarci anche a ritrovare una relazione armoniosa con il creato. Nella promessa di questa alleanza, infatti, sono menzionati non solo persone umane ma anche uccelli, bestiame e, significativamente per il vangelo di oggi, animali selvatici. Sappiamo quanto uno dei segni di santità più eloquenti nel corso dei secoli sia stato proprio questo: pensiamo per esempio a Gerolamo con il suo leone o a Francesco con il lupo. Gesù segnala per primo la realizzazione di questa promessa proprio in questo modo: stava con le bestie selvatiche (Mc 1,13). Sappiamo che in lui l’umanità è riconciliata con Dio perché siamo testimoni già adesso della sua armonia con la creazione.

L’altro dettaglio di rilievo è poi che gli angeli lo servivano (Mc 1,13). Una delle conseguenze dell’esclusione dal paradiso terrestre per l’umanità era stata la fine della convivenza con gli angeli, che avevano dovuto addirittura trasformarsi in guardiani – uno di loro era stato armato di spada per bloccare l’ingresso all’Eden. Ora che la nostra umanità è rinnovata in Gesù, non solo gli angeli non devono più bloccare la via verso il paradiso, ma possono di nuovo venire in nostro aiuto, mettersi al nostro servizio. In Gesù Cristo è ristabilito lo scambio di doni tra cielo e terra, tutte le creature di Dio ritrovano la comunione delle origini. Questa idea ha trovato espressione in un passaggio arcaico della prima preghiera eucaristica, da non prendere alla lettera, nel quale si ricorre agli angeli perché l’offerta del pane eucaristico sia portata in presenza del Signore. Il passaggio è chiaramente metaforico perché non vi è certo bisogno che questa cosa la facciano gli angeli proprio nel momento di più grande presenza del Signore in mezzo a noi! E’ una maniera poetica di esprimere lo stesso messaggio del vangelo, vale a dire che in Gesù è ristabilita la comunione dei santi, che include anche gli angeli, e che essi partecipano allo scambio di doni tra cielo e terra.

Il periodo di quaresima dovrebbe permetterci di vivere entrambi questi aspetti. Siamo certo invitati a fare gesti concreti per rinnovare la nostra fedeltà al vangelo, ma dobbiamo soprattutto considerarlo come il periodo privilegiato nel quale sperimentare l’amicizia e l’amore di Dio per noi, celebrare l’alleanza con lui e riscoprire il riflesso di questa alleanza ritrovata nella nostra relazione con la creazione. Oggi siamo certo tutti più sensibili all’ecologia, ma da un punto di vista cristiano essa non consiste solo in rispetto per il nostro habitat. Per i cristiani l’attenzione alla creazione diventa espressione di gratitudine e di amore per il Padre che l’ha creata e ristorata.

Il parallelo tra il Vangelo e il libro della Genesi che si legge tra le righe del racconto relativo al deserto prosegue poi con l’inaugurazione della predicazione di Gesù e in particolar modo con la frase che la introduce: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino (Mc 1,15). Qui Marco vuole sottolineare la differenza tra la salvezza di Gesù e quella miticamente raffigurata nella celebre e terribile pagina del diluvio universale. Anche allora il tempo era ‘compiuto’, vale a dire che si era esaurita la pazienza del Creatore nei confronti della cattiveria umana e si era reso necessario un intervento decisivo di Dio per annientare il male attraverso l’acqua che purifica sterminando tutte le creature viventi. Non dobbiamo esitare a riconoscere il carattere scandaloso di questo racconto che non corrisponde a nessun evento storicamente avvenuto e che è comunque inverosimile. Se questo mito è stato incorporato nella Scrittura è perché in esso il popolo di Israele ha letto non una cieca volontà di distruzione, ma la disponibilità del Creatore di salvare il salvabile, sia tra gli animali che tra gli esseri umani, e a liberare il creato dal male.

Il Vangelo gli fa eco per sottolineare la continuità nella volontà di alleanza di Dio e al tempo stesso il contrasto riguardo alla modalità con la quale la salvezza è operata. Con il diluvio la purificazione avviene attraverso la distruzione fisica di tutti coloro che fanno il male e l’acqua è strumento di morte, con Gesù invece l’acqua è fonte di rinascita alla vita nel battesimo e il male è vinto con il cambiamento dei cuori per mezzo del dono dello Spirito. Ce lo conferma Pietro nella seconda lettura: Quest’acqua è il battesimo e ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo (1Pt 3,21).

Come avvenne con Noè quindi anche oggi il tempo è compiuto (Mc 1,15) ed è giunto il momento nel quale siamo provocati ad accogliere la salvezza di Dio. Questo invito ci raggiunge sotto la forma del Vangelo, cioè di una buona notizia: il Signore vuole rinnovare l’amicizia, l’alleanza con noi. Questo – diceva Dio a Noè – è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi: pongo il mio arco su di voi (Gn 9,12-13), cioè l’arcobaleno, perché sia il ponte che da ora in poi unisce cielo e terra. Questo ponte, questo arcobaleno è Gesù che viene a noi nella policromia del suo amore, della sua misericordia, della sua giustizia, della sua fedeltà, ci ricongiunge al Padre e, con il suo apparire, segnala che il temporale è passato, e che il tempo della speranza e della vita è ritornato.

Stampa Articolo Stampa Articolo