Domenica XXXIII del Tempo Ordinario

“prendi parte alla gioia del tuo padrone!”

La «parabola dei talenti» fa parte del 5° Discorso della Nuova Legge  e si colloca tra la parabola delle dieci vergini e quella del giudizio finale. Queste tre parabole chiariscono il concetto relativo al tempo dell’avvento del Regno. La parabola delle dieci vergini insiste sulla vigilanza: il regno di Dio può giungere da un momento all’altro. La parabola dei talenti si orienta sulla crescita del Regno: il Regno cresce quando usiamo i doni ricevuti per servire. La parabola del giudizio finale insegna come prendere possesso del Regno: il Regno è accolto quando accogliamo i piccoli.

Una delle cose che più influiscono nella nostra vita è l’idea che ci facciamo di Dio. Tra i Giudei della linea dei farisei, alcuni immaginavano Dio come un giudice severo che tratta le persone secondo il merito che ci si conquista con l’osservanza. Ciò causava paura e impediva alle persone di crescere. Impediva che aprissero uno spazio dentro di loro per accogliere la nuova esperienza di Dio che Gesù comunicava. Per aiutare queste persone, Matteo racconta la parabola dei talenti.

Una porta per entrare nella storia della parabola.

La parabola racconta la storia di un uomo che, prima di mettersi in viaggio, distribuisce i suoi beni ai servi, dando loro cinque, due e un talento, secondo la capacità di ognuno di loro. Un talento corrisponde a 34 chili d’oro, il che non è poco! In definitiva tutti ricevono la stessa cosa, perché ognuno di loro riceve «secondo le capacità di ciascuno». Chi ha la tazza grande la riempie, chi ha la tazza piccola, la riempie anche lui. Ecco che il padrone va all’estero e vi rimane molto tempo. Il racconto ci lascia un po’ sospesi: tutti coloro che ascoltano la parabola devono cominciare a confrontare la loro vita con la storia che essa descrive.

 Il modo di agire di ciascun servo.

I due primi servi lavorano e raddoppiano i talenti. Ma colui che ha ricevuto un solo talento lo seppellisce, per conservarlo bene e non perderlo. Si tratta di beni del Regno che sono dati alle persone e alle comunità secondo le loro capacità. Tutti e tutte ricevono qualche bene del Regno, ma non tutti rispondono allo stesso modo!

Rendiconto del primo e del secondo servo.

Dopo molto tempo, il proprietario ritorna per fare i conti con i servi. I primi due dicono la stessa cosa: «Signore, mi hai consegnato cinque/due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque/due!». E il padrone risponde allo stesso modo a tutti e due: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».

Rendiconto del terzo servo.

Il terzo servo arriva e dice: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Queste parole rivelano un’idea sbagliata di Dio, idea che è criticata da Gesù. Il servo vede in Dio un padrone severo. Davanti a un Dio così, l’essere umano ha paura e si nasconde dietro l’osservanza esatta e meschina della legge. Pensa che agendo in questo modo eviterà il giudizio e che la severità del legislatore non lo castigherà. Così pensavano alcuni farisei. In realtà, una persona così non ha fiducia in Dio, bensì ha fiducia in se stessa e nella sua osservanza della legge. È una persona rinchiusa in se stessa, lontana da Dio e che non riesce a preoccuparsi degli altri. Diventa incapace di crescere come persona libera. Questa immagine falsa di Dio isola l’essere umano, uccide la comunità, non fa vivere la gioia e impoverisce la vita.

Risposta del padrone al terzo servo.

La risposta del padrone è ironica. Gli dice: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse»! Il terzo servo non è stato coerente con l’immagine severa che aveva di Dio. Se avesse immaginato Dio così severo, avrebbe dovuto per lo meno depositare il denaro in banca. Per questo è stato condannato non da Dio, ma dall’idea sbagliata che aveva di Dio e che lo lascia più spaventato e immaturo di prima. Non era possibile per lui essere coerente con l’immagine che aveva di Dio, poiché la paura paralizza la vita.

La parola finale del padrone che chiarisce la parabola.

Il padrone chiede di togliergli il talento e di darlo a chi già ne ha: «Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha». Ecco la chiave di lettura che chiarisce tutto. In realtà i talenti, «il denaro del padrone», i beni del Regno, sono l’amore, il servizio, la condivisione, il dono gratuito. Talento è tutto ciò che fa crescere la comunità e che rivela la presenza di Dio. Quando ci si chiude in se stessi per paura di perdere il poco che si ha si perde perfino quel poco, perché l’amore muore, la giustizia si indebolisce, la condivisione sparisce. Invece la persona che non pensa a sé e si dona agli altri, cresce e riceve sorprendentemente tutto ciò che ha dato e molto di più. Perché «chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).

La diversa moneta del Regno

Non c’è differenza tra coloro che ricevono di più e coloro che ricevono di meno. Tutti ricevono secondo la loro capacità. Ciò che importa è che il dono sia posto al servizio del Regno e che faccia crescere i beni del Regno che sono l’amore, la fraternità, la condivisione. La chiave principale della parabola non consiste nel produrre talenti, bensì il modo in cui bisogna vivere la nostra relazione con Dio. I primi due servi non chiedono nulla, non cercano il proprio benessere, non conservano i talenti per sé, non calcolano, non misurano. Con la più grande naturalezza, quasi senza rendersene conto e senza cercare il loro interesse, cominciano a lavorare, affinché il dono ricevuto frutti per Dio e per il Regno. Il terzo servo ha paura e, per questo, non fa nulla. Secondo le norme dell’antica legge, egli agisce in modo corretto. Si mantiene nelle esigenze stabilite. Non perde nulla, ma nemmeno guadagna nulla. Per questo perde perfino ciò che aveva. Il Regno è rischio. Chi non vuole correre rischi, perde il Regno!

La favola del pesciolino d’oro

C’era una volta un pesciolino d’oro, che un bel giorno prese i suoi sette talenti e guizzò lontano, a cercar fortuna. Non era arrivato tanto lontano che incontrò un’anguilla, che gli disse: “Psst, ehilà compare, dove te ne vai?”. “Me ne vado in cerca di fortuna”, rispose fieramente il pesciolino d’oro. “Sei arrivato al punto giusto”, disse l’anguilla. “Per soli quattro talenti ti puoi comprare questa magnifica e velocissima pinna, grazie alla quale viaggerai a velocità doppia”. “Oh, è un ottimo affare”, disse estasiato il pesciolino d’oro. Pagò, prese la pinna e nuotò via più velocemente di prima. Arrivò ben presto dalle parti di una grossa seppia, che lo chiamò. “Ehilà, compare, dove te ne vai?”. “Sono partito in cerca di fortuna”, rispose il pesciolino d’oro.  “L’hai trovata, figliolo”, disse la seppia. “Per un prezzo stracciato ti posso vendere questa elica, così viaggerai ancora più in fretta”. Il pesciolino d’oro comprò l’elica con il denaro che gli era rimasto e ripartì a velocità doppia. Arrivò ben presto davanti a un grosso squalo, che lo salutò.  “Ehilà, compare, dove te ne vai?”. “Sono in cerca di fortuna”, rispose il pesciolino d’oro. “L’hai trovata. Prendi questa comoda scorciatoia”, disse lo squalo indicando la sua gola spalancata, “così guadagnerai un sacco di tempo”. “Oh, grazie mille!”, esclamò il pesciolino d’oro e si infilò nelle fauci dello squalo, dove venne comodamente digerito.

Chi non sa bene che cosa vuole, finisce dove non avrebbe voluto.

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