Domenica XXVII del Tempo Ordinario

«Avranno rispetto per mio figlio!»

La parabola degli operai omicidi si apre con un invito ad ascoltare: Ascoltate un’altra parabola (v. 33). Gesù sembra reclamare l’attenzione dei dirigenti del popolo per la parabola che sta per pronunciare. È un imperativo, «ascoltate», che non esclude un senso minaccioso, se si fa attenzione a come la parabola termina: «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Al contrario, ai suoi discepoli Gesù spiega la parabola del seminatore senza rimprovero.

Gesù nella sua parabola attinge alla situazione concreta (grandi appezzamenti di terreno appartenevano ai latifondisti stranieri, i quali affittavano i terreni a gruppi di fittavoli) ma la trasporta a uno stato di comprensione più alto: quella situazione diventa un compendio della storia di Dio col suo popolo. Per Matteo il lettore è invitato a fare una lettura simbolica della parabola: dietro il «padrone» c’è la figura di Dio; dietro la vigna, Israele.

La cura attenta del padrone per la sua vigna.

Innanzitutto c’è l’iniziativa di un padrone che pianta una vigna. Tale attenzione e cura viene descritta da Matteo con cinque verbi: piantò… circondò… scavò… costruì… affidò. Il padrone, dopo aver piantato la vigna, l’affida a dei fittavoli e parte lontano.

I diversi tentativi da parte del padrone di riscuotere i frutti della vigna.

In questa seconda scena il padrone invia per due volte i servi che, incaricati dal padrone di ritirare i frutti della vigna, sono malmenati e uccisi. Tale azione aggressiva e violenta viene evidenziata con tre verbi: bastonarono… uccisero… lapidarono…. Inviando ulteriori servi, più numerosi dei primi, e intensificando i maltrattamenti subiti. Matteo intende alludere alla storia dei profeti, anch’essi ricevettero gli stessi maltrattamenti.

Per ultimo invia il figlio.

Il lettore è invitato a riconoscere nel figlio mandato per «ultimo» l’inviato definitivo di Dio, colui del quale avere rispetto, e a cui consegnare i frutti della vigna. È l’ultimo tentativo del padrone. Il racconto della parabola raggiunge il suo vertice drammatico con l’esito della missione del figlio: questi infatti viene ucciso dai fittavoli-vignaioli mossi dall’intento di impossessarsi della vigna e di usurpare l’eredità. Il destino di Gesù viene accostato a quello dei profeti, ma, in quanto figlio ed erede, egli è superiore ad essi.

C’è un particolare in questa finale della parabola che non va trascurato: Matteo, anteponendo il gesto, «lo cacciarono fuori dalla vigna» e facendo seguire l’altro, «l’uccisero», intende decisamente alludere alla passione di Gesù, che viene condotto fuori dalla città per essere crocifisso.

La consegna della vigna ad altri contadini.

La parte finale del racconto parabolico afferma la perdita del regno di Dio e la sua cessione a un altro popolo capace di portare frutti, cioè capace di una fede viva e operante in una prassi d’amore. L’espressione «perciò io vi dico… sarà tolto e sarà dato…» indica la solennità dell’azione di Dio con cui viene segnata la storia dell’antico Israele e quella del nuovo popolo

Il capitale

Un riccone arrivò in Paradiso. Per prima cosa fece un giro per il mercato e con sorpresa vide che le merci erano vendute a prezzi molto bassi.

Immediatamente mise mano al portafoglio e cominciò a ordinare le cose più belle che vedeva.

Al momento di pagare porse all’angelo, che faceva da commesso, una manciata di banconote di grosso taglio.

L’angelo sorrise e disse: “Mi dispiace, ma questo denaro non ha alcun valore”.

“Come?”, si stupì il riccone.

“Qui vale soltanto il denaro che sulla terra è stato donato”, rispose l’angelo.

Oggi, non dimenticare il tuo capitale per il Paradiso.

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