Domenica XXVI del tempo Ordinario

San Matteo, in sostenziale parallelismo con Marco e Luca, in queste domeniche, in cui Gesù si trova a Gerusalemme, accentua più di essi la durezza del giudizio sul formalismo senz’anima e senza coerenza di vita della relazione con Dio che allora si poteva constatare nel tempio di Gerusalemme. Per cinque interi capitoli su susseguono episodi e pronunciamenti del profeta di Nazareth nelle dense pagine matteane. L’ evangelista le scriveva quando ormai la città santa era stata ridotta da circa un decennio ad un cumulo di rovine dall’esercito romano (70 d.c.). Ma il messaggio di quell’evento non poteva essere rievocato soltanto come lezione della storia umana. E Matteo lo fa dire a Gesù ai “capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo”, attraverso le tre parabole che, a partire da quella di oggi, ci sono rivolte dal Signore, con echi di permanente attualità. Dunque per nove domeniche Matteo ci convoca idealmente a Gerusalemme ad ascoltare altrettanti appelli di Gesù, un tempo rivolti da Lui ai suoi contemporanei, per dire come e quanto ci possiamo allontanare da Dio non producendo “altro che foglie”, non frutti, per mancanza di fede: non prestando fede alla predicazione del Battista, venuto sulla “via della giustizia” e dell’autentica conversione a Dio. Di conversione a Dio parlavano già i profeti di  Israele per chiamare ad un genuino rapporto con Dio e a questo, appunto, ci richiamano le letture di oggi.

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