Domenica XIV^ del Tempo Ordinario

L’esistenza umana viene talvolta assimilata a un viaggio non solo attraverso il tempo, bensì dentro situazioni di esperienze che si sogna invano di controllare o modificare a nostro arbitrio. Chi crede in Dio si accorge, a poco a poco, che l’itinerario percorso è stato per lui provvidenziale, non in balìa della  “fatalità”, bensì dentro un piano predisposto dal Signore. Come Giobbe ebbe a riconoscere, dopo aver scoperto Dio un po’ più da vicino (cfr. Gb 42,2.5), anche l’orante del Salmo responsoriale confessa la sua gioia riconoscente: la tenerezza del Dio fedele e pietoso “si espande su tutte le creature”.  Colui, invece, che non è arrivato ancora a incontrarsi con Dio –e manca quindi di una lettura di fede sulla propria vita- tende a dichiarare la sua impotenza nel dare un senso a ciò che vive o che subisce. Bilanci negativi e dal tono amaro non mancano nei diari e nelle ‘confessioni’ dell’uomo contemporaneo, proprio perché incredulo! Che cosa è difficile nell’avventura umana attuale? Costa tornare piccoli, o più esattamente, riconoscere di esserlo da sempre. L’illusione di avere una  propria autonomia rispetto a Dio – per la pretesa di organizzarsi da soli (come già “il figlio prodigo” della parabola di Gesù) –  tenta un po’ tutti, credenti e non credenti: anche quando si è “stanchi e oppressi”, o delusi per causa nostra! Gesù invita tutti gli stanchi e oppressi a guardare a lui ‘mite ed e umile’ per trovare “ristoro”.

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