Domenica IV di Pasqua

Gesù buon Pastore

Gv 10,1-5 – 1ª immagine: Il pastore «entra per la porta». Gesù inizia il discorso con un paragone sulla porta: «Chi non entra per la porta, ma sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante! Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore!». Per capire questo paragone, è bene ricordare quanto segue. In quel tempo, i pastori curavano il gregge durante il giorno. Quando giungeva la notte, loro portavano le pecore in un grande recinto comunitario, ben protetto contro ladroni e lupi. Tutti i pastori di una stessa regione portavano lì il loro gregge. Un guardiano se ne occupava durante la notte. Il giorno dopo, al mattino presto, giungeva il pastore, batteva le mani sulla porta ed il guardiano apriva. Le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro a lui a pascolare.

Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma non si muovevano, poiché per loro era una voce sconosciuta. La pecora riconosce la voce del suo pastore. Ogni tanto, appariva il pericolo dell’assalto. Per rubare le pecore, i ladri non si presentavano al guardiano dalla porta, ma entravano da un altro lato o distruggevano il recinto, fatto di pietre una sull’altra.

Gv 10,6-10 – 2ª immagine: Spiega cosa significa «entrare per la porta» che è Gesù. Coloro che stavano ascoltando Gesù, i farisei, non capirono il paragone. Allora Gesù spiegò: «Io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti». Di chi sta parlando Gesù in questa frase così dura? Probabilmente, si sta riferendo ai leaders religiosi che trascinavano la gente dietro di loro, ma che non rispondevano alla speranza della gente. Ingannavano la gente, lasciandola peggio di prima. Non interessava loro il bene della gente, bensì il loro proprio interesse e il proprio portafoglio. Gesù spiega che il criterio fondamentale per discernere chi è il pastore e chi è il brigante è la preoccupazione per la vita delle pecore.

Chiede alla gente di non seguire colui che si presenta in qualità di pastore, ma non desidera la vita della gente. È qui che Gesù pronunciò quella frase che cantiamo fino ad oggi: «Sono venuto perché abbiano vita, e vita in abbondanza!». Questo è il primo criterio!

Gv 10,11-16 – 3ª immagine: Spiega ciò che significa «sono venuto perché abbiano vita in abbondanza».

Gv 10,11Gesù si presenta come il Buon Pastore che dà la sua vita per le pecore. Gesù cambia il paragone. Prima, lui era la porta delle pecore. Ora dice che è il pastore delle pecore. Non un pastore qualsiasi, bensì: «Io sono il buon pastore!». L’immagine del buon pastore viene dall’Antico Testamento. Tutti sapevano ciò che era un pastore e come viveva e lavorava. Nel dire che è un Buon Pastore, Gesù si presenta come colui che viene a compiere le promesse dei profeti e le speranze della gente. Insiste su due punti:

(a) la difesa della vita delle pecore; il buon pastore dà la sua vita;

(b) nella reciproca comprensione tra il pastore e le pecore; il Pastore conosce le sue pecore e loro conoscono il pastore.

Gv 10,12-13 – Gesù definisce l’atteggiamento del «mercenario che non è pastore». Guardando dal di fuori, non si percepisce la differenza tra il mercenario e il pastore. Tutti e due si occupano delle pecore. Oggi ci sono molte persone che si occupano di altre persone negli ospedali, nelle comunità, negli ospizi per anziani, nei collegi, nei servizi pubblici, nelle parrocchie. Alcuni lo fanno per amore, altri, appena per uno stipendio, per poter sopravvivere. A queste persone gli altri non interessano. Hanno un atteggiamento da funzionari, da stipendiati, da mercenari. Nel momento del pericolo, loro non si interessano, perché «le pecore non sono loro», i bambini non sono loro, gli alunni non sono loro, i vicini non sono loro, i fedeli non sono loro, i malati non sono loro, i membri della comunità non sono loro. Ora, invece di giudicare il comportamento degli altri, mettiamoci davanti alla nostra propria coscienza e chiediamoci: «Nel mio rapporto con gli altri, sono mercenario o pastore?». Guarda che Gesù non ti condanna perché l’operaio ha diritto al suo stipendio, ma ti chiede di fare un passo in più e diventare pastore.

Gv 10,14-15Gesù si presenta come il Buon Pastore che conosce le sue pecore. Due cose caratterizzano il buon pastore:

(1) conosce le pecore ed è conosciuto da loro. Nella lingua di Gesù, «conoscere» non è una questione di conoscere il nome o il volto della persona, ma di rapportarsi alla persona per amicizia, e per affetto;

 (2) dare la vita per le pecore. Ciò significa essere disposti a sacrificarsi per amore. Le pecore sentono e percepiscono quando una persona le difende e le protegge.

Questo vale per tutti noi: per i parroci e per coloro che hanno qualche responsabilità verso altre persone. Perché un sacerdote sia buon pastore non basta che venga nominato parroco e obbedisca alle norme del diritto canonico. È necessario essere riconosciuto come buon pastore dalle pecore. A volte ciò viene dimenticato nell’attuale politica della Chiesa. Gesù dice che non solo il pastore riconosce le pecore, ma che anche le pecore riconoscono il pastore. Loro hanno criteri per questo. Perché se loro non lo riconoscono, anche se lui è nominato secondo il diritto canonico, lui non è pastore secondo il cuore di Gesù. Non sono solo le pecore che devono obbedire a chi le conduce. Anche colui che conduce deve essere molto attento alla reazione delle pecore per sapere se agisce come pastore o come mercenario.

Gv 10,16Gesù definisce la meta da raggiungere: un solo gregge, un solo pastore. Gesù apre l’orizzonte e dice che ha altre pecore che non sono di questo gregge. Ancora non hanno udito la voce di Gesù, ma quando l’udiranno, si renderanno conto che lui è il pastore e lo seguiranno. Chi farà ciò, e quando avverrà? Siamo noi, imitando in tutto il comportamento di Gesù, Buon Pastore!

Gv 10,17-18Gesù e il Padre. In questi due versetti finali Gesù si apre e ci lascia capire qualcosa che c’è nel più profondo del suo cuore: il suo rapporto con il Padre. Qui si percepisce la verità di quanto dice in un altro momento: «Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi». Gesù è per noi un libro aperto.

La pecora

Appena creata, la pecora scoprì di essere il più debole degli animali. Viveva con il continuo batticuore di essere attaccata dagli altri animali, tutti più forti e aggressivi. Non sapeva proprio come fare a difendersi. Tornò dal Creatore e gli raccontò le sue sofferenze.

” Vuoi qualcosa per difenderti?”, le chiese amabilmente il Signore.

“Sì!”, rispose la pecora.

“Che ne dici di un paio di acuminate zanne?”.

La pecora scosse il capo: “Come farei a brucare l’erba più tenera? Inoltre mi verrebbe un’aria da attaccabrighe”.

“Vuoi dei poderosi artigli?” riprese il Signore.

“Ah no! Mi verrebbe voglia di usarli a sproposito.

“Potresti iniettare veleno con la saliva”, continuò paziente il Signore.

“Non se ne parla neanche. Sarei odiata e scacciata da tutti come un serpente”.

“Due robuste corna, che ne dici?”.

“Ah no! E chi mi accarezzerebbe più?”.

“Ma per difenderti ti serve qualcosa per far del male a chi ti attacca…”.

“Far del male a qualcuno? No, non posso proprio. Piuttosto resto come sono”.

Ciò che ci protegge non è la cattiveria ma l’umanità: la capacità di amare gli altri e di accettare l’amore che gli altri vogliono offrirci. La vera forza dell’uomo è la sua tenerezza.

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