Domenica IV di Pasqua

COMMENTO

O pazzo o bestemmiatore dovette sembrare Gesù davanti ai fedeli israeliti quando uscì con l’espressione che ci viene presentata oggi: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Siamo nel cap. 10, in cui Gesù si offre a noi come «buon pastore», facendo suo uno degli appellativi più belli che la Bibbia applica a Dio. «Il Signore è il mio pastore…» canta l’«usignolo» del Salterio, come è stato definito il Salmo 22/23. Proviamo a fare una breve «lectio», indugiando con amore su poche righe.

  • «Le mie pecore»: gustiamo con il palato del cuore questo «mie», in contrasto con quello che diceva poco prima. Gesù sta passeggiando sotto il portico di Salomone, nel tempio di Gerusalemme. Siamo d’inverno, al tempo della festa delle «Luci», la festa della Dedicazione. Gesù dice ai Giudei che lo rifiutano: «…voi non credete, perché non fate parte delle mie pecore». Aveva già detto loro: «Voi non volete venire a me (= credere) per avere la vita… E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?». La causa dunque dell’esclusione dal gregge è la mancanza di umiltà.
  • «Le mie pecore ascoltano…». È l’ascolto biblico, l’ascolto-obbedienza. I beati di cui Maria di Nazareth è la matrice. Un ascolto-adesione totale.
  • «…la mia voce». Molte sono le voci che bombardano il nostro cervello, ma le pecore sanno distinguere bene la voce del pastore, che le chiama per nome. Il pastore ama non in generale, ma in particolare, in un tu-per-tu unico.
  • «Io le conosco». Sappiamo quale sia la densità biblica di questo verbo. Il nostro Dio è il Dio dei rapporti; è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio di mio padre, il mio Dio. Il verbo «conoscere» ha carattere nuziale. Ricordiamo quel «non vi conosco» della parabola delle dieci vergini.
  • «Ed esse mi seguono». Gesù è il pastore, il condottiero, la via. La Chiesa sarà umile gregge sotto un solo pastore. Sfidando le critiche, siamo felici di essere pecore sotto Gesù, visto che l’uomo, di qualcosa o di qualcuno si fa pecora: si tratta solo di scegliere di chi si vuol essere pecora. Comunque abbiamo tra il gregge di Cristo certe pecore che sono state umili agnelli nei confronti di Gesù, ma forti come leoni di fronte al mondo. Pensiamo a Pietro, Paolo di Tarso, una pecorella di cui il mondo greco-romano ha potuto gustare gli artigli, fino ad Agostino, Girolamo, Benedetto, Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Giovanni Bosco, Pier Giorgio Frassati…
  • «Io do loro la vita eterna». Questa parola, vita eterna, rimanda a qualcosa che va oltre la scena di questo mondo che passa, e dev’essere riscoperta e annunciata con franchezza ed entusiasmo. È l’unica parola che a molti poveri, oppressi, tribolati, malati, moribondi… ha dato la forza di vincere la disperazione. In che cosa consiste la vita eterna? Gesù, nella preghiera sacerdotale del cap. 17 di Giovanni, la definisce così: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». Conoscenza-rapporto intimo d’amore con il nostro Dio, qualcosa di nuziale, che viene anticipato in questa vita, nell’oscurità della fede, attraverso la liturgia della Chiesa; conoscenza che modifica i rapporti con i nostri fratelli e ci fa guardare il mondo con gli occhi di Cristo, riempiendoci di gioia e di esultanza: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

Il Vangelo dei Piccoli

 

Siamo immersi nel periodo liturgico più importante: il Tempo di Pasqua. I testi biblici di oggi approfondiscono il legame che il Signore stabilisce con ciascuno di noi. L’abbiamo ascoltato nel Vangelo di Giovanni: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” dice Gesù. Con questa immagine certo non vuole paragonarci a delle pecore che senza capire e in silenzio seguono il padrone, bensì come già in altre parabole, Gesù spiega qualcosa di profondo usando un paragone che per tutti è di facile comprensione. A quel tempo, la gran parte degli ebrei era pastore o contadino, dunque riusciva a comprendere queste immagini e il significato profondo nascosto in esse. Le pecore rappresentano il bene più prezioso per il pastore; esse assicurano cibo e non solo: tra il pastore e il suo gregge si crea un legame fortissimo: intano stanno insieme tutti i giorni e percorrono insieme tanta strada, incontrando a volte pericoli o trovandosi a fronteggiare imprevisti sempre insieme. Così il pastore per chiamarle e guidarle inventa dei richiami: fischi o suoni che sembrano parole. Non so se vi è capitato di vedere all’opera un pastore: io quand’ero piccola andavo di tanto in tanto a trovare uno zio che abitava in montagna e possedeva un gregge di pecore. Ebbene quando rientravano o mentre pascolavano, rimanevo sorpresa per come riusciva con una specie di linguaggio, a portare tutte insieme le pecore dove lui aveva deciso. Un giorno mi permisi di andargli incontro per vedere tutto ciò più da vicino, e arrivata accanto a mio zio gli chiesi: “Ma ti capiscono! Come fai a parlargli?” e lui rispose: “Ci vuole tempo è come una mamma o un papà con il loro neonato! Il bimbo non sa parlare ancora, però ha bisogno di loro per vivere, per essere felice e al sicuro. Alle mie pecore capita di inciampare, di perdersi o di essere aggredite, ecco in quelle circostanze il mio richiamo è fondamentale: sanno che sono nei paraggi e con me le altre pecore, dunque non sono sole, possono contare sul mio aiuto. Così impararono che con me e tutti insieme siamo al sicuro. Ai bimbi più o meno succede la stessa cosa: ricordi quando cadevi o ti perdevi?! Bastava sentire la voce dei tuoi genitori per saperti al sicuro!”. Credo che Gesù voglia trasmetterci lo stesso messaggio: quanti credono in Lui, ascoltando la Sua Parola sono certi della Sua vicinanza. Può succedere qualsiasi cosa e la Parola di Dio sa arrivare al nostro cuore e consolarci se siamo tristi, rassicurarci se siamo preoccupati… e da questo sappiamo di non essere soli. Le parole di Gesù, riportate dall’evangelista vanno oltre: il nostro Signore e Maestro ci conosce personalmente, ha la chiave che apre i nostri cuori, come una password; ci assicura la sua vicinanza e ancora afferma: “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre”. È una assicurazione forte e Gesù l’avrà pronunciata con fermezza dato che ci garantisce che qualsiasi cosa, qualunque persona o idea provasse ad allontanarci dalla Sua protezione, Lui e il Padre saranno più grandi e non lasceranno che nessuna delle “pecore” rimanga sola o persa. Possiamo così affidare al Signore tutte le nostre paure e chiedere il dono di sentire questa mano grande e forte che ci sostiene e sentire nel nostro cuore che la sua voce che ci guida e rassicura. In ogni circostanza possiamo ripetere la preghiera che Gesù ci ha insegnato, la Sua Parola non mancherà di agire dentro di noi.

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