Domenica II di Pasqua

Cos’è la resurrezione? Cosa vuol dire essere risorto, risorgere dai morti?

Sappiamo che i discepoli non capivano cosa fosse la resurrezione prima che questo succedesse, e ogni volta che Gesù ne parlava si interrogavano tra di loro su cosa volesse dire. Ma anche dopo che la resurrezione e avvenuta, i discepoli, pur vedendo Cristo, hanno continuato a far fatica a capire. Infatti la resurrezione di Gesù non è semplicemente il ritorno alla vita, non ha nulla a che fare con quella di Lazzaro. Ma non basta neanche dire che Gesù ritorna a una vita che non finisce. Non è questa la resurrezione.

Il vero senso della sua resurrezione Gesù lo rivela attraverso i segni che compie e che puntano tutti verso un centro, una verità importante che però facciamo molta fatica a capire, ad accettare e soprattutto a credere.

Cominciamo con il chiederci: di fronte alla resurrezione, esposti alla resurrezione, dovendo accogliere la resurrezione, dove siamo noi? Dove ci troviamo noi? Ce lo svela il Vangelo quando dice: Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, per paura dei Giudei,… E la seconda volta, dopo otto giorni, ancora si sottolinea: Gesù venne e le porte erano chiuse.

Come i discepoli anche noi siamo al chiuso per paura. Siamo dietro dei muri. Restiamo chiusi all’azione del Signore. La nostra fede in Gesù, la nostra speranza in lui restano timide, paurose. Le nostre porte sono chiuse perché siamo ripiegati su noi stessi, perché la nostra speranza osa solo fino ad un certo punto. Perché quando le situazioni, da un punto di vista umano, ci sembrano disperate, facilmente crediamo che il Signore sia impotente o che ci abbia abbandonato. Le nostre porte sono chiuse perché anche quando vogliamo credere, incontriamo in noi delle resistenze che non ci aspettavamo. Perché anche se vorremmo essere più generosi, più liberi, più aperti nel servizio del Signore, vediamo che non ci riusciamo. Le nostre porte chiuse sono allora spesso quelle dello scoraggiamento, dell’usura, e spesso ancora della rassegnazione se non di un certo cinismo, di un cuore che lentamente si irrigidisce e diventa incapace di gioire, incapace di amare, incapace di credere alla novità.

Come Gesù nella sua predicazione diceva: Non sono venuto per i sani ma per i malati, così, quando risorge, Gesù non viene da dei discepoli che lo aspettano, che sono fervorosi, che lasciano la porta aperta -non solo la porta fisica, ma la porta del cuore- per farlo entrare, dei discepoli che sono lì ad aspettare nella speranza. No, Gesù non viene per dei sani, Gesù viene per dei malati spiritualmente, viene a dei discepoli scoraggiati, timorosi, profondamente increduli e soprattutto chiusi, barricati, disperati.

Questo ci aiuta a capire cosa sia davvero la resurrezione. Non è il passare attraverso delle porte di legno o delle mura – questa in fondo può essere anche magia. Certo, il risorto può andare ovunque, è uno degli aspetti della resurrezione, ma sappiamo benissimo che non è il più importante, né il più significativo. La resurrezione invece è la capacità nuova che ha adesso Gesù di raggiungerci fin nel più profondo delle nostre chiusure, della nostra solitudine, delle nostre paure, delle nostre angosce, della nostra disperazione, delle nostre depressioni, del nostro cinismo. Gesù ci raggiunge in queste chiusure per compiervi un segno, un segno fondamentale. Non viene a dirci delle parole, ma semplicemente a mostrarci le sue mani, il suo fianco, a mostrarci i segni delle sue ferite, dei chiodi, della lancia.

Questo gesto è la maniera più eloquente che Dio ha trovato per consolarci, è la maniera più eloquente per dirci:

“Quello che soffri io lo conosco perché l’ho condiviso. Però questa sofferenza che per te è stata occasione di ripiego su di te, grazie a me è diventata sorgente di vita, di luce, di pace, di gioia. E’ diventata

qualcosa che riapre le porte, che abolisce i muri, che ristabilisce la
relazione con il Padre e con i fratelli”.

Le nostre porte sono chiuse perché abbiamo paura del Padre come il figliol prodigo che parte per un paese lontano, perché sa di star facendo qualcosa che non piace al padre e teme il suo sguardo. Ma Gesù ci raggiunge ovunque ci nascondiamo e lo scopriamo in mezzo a noi, lo scopriamo in noi e soprattutto lo sentiamo ripetere questo bellissimo: Pace a voi. Non sia turbato il vostro cuore, non abbiate paura, sono io.

Questo è il nostro Gesù, questo è il nostro Dio, questa è la resurrezione. Non è vedere un fantasma, non è toccare delle piaghe, non è un miracolo che dovrebbe convincerci perché è strepitoso. Al contrario è una realtà della quale sia Giovanni, nel vangelo, che Pietro, nella seconda lettura, dicono che non la si vede.

Gesù disse a Tommaso: Perché hai veduto hai creduto. Beati quelli che non hanno visto ed hanno creduto. Questi beati siamo noi: non abbiamo visto, eppure crediamo. E Pietro nella seconda lettura dice: Voi lo amate pur senza averlo visto, e senza vederlo credete in lui.

Questa è la chiave per capire cosa sia la resurrezione. La resurrezione non è una realtà che si vede, ma una presenza che si scopre. Non è qualcosa al di fuori di noi, ma è qualcosa che è in noi. Ed è in noi, naturalmente, perché è avvenuta fuori da noi. Non si tratta di ridurre la resurrezione ad un sentimento, assolutamente no. Se scopriamo Gesù in noi, è perché c’è veramente. E’ perché, essendo risorto dai morti, può raggiungerci fin nel luogo dal quale il Padre era stato cacciato, vale a dire nel nostro cuore.

Ciò che fino ad oggi è stato un macigno insormontabile, ciò che ci opprimeva, ciò che ci faceva paura, ciò che bloccava il nostro orizzonte: ecco le “porte chiuse”. Ora, queste porte, pur restando apparentemente lo stesse, pur restando chiuse, non ci chiudono più in noi stessi, perché con la sua morte, anzi con il suo amore più forte della morte, con la sua resurrezione, Cristo ha conquistato la capacità di raggiungerci ovunque, di essere con noi ovunque, di consolarci ovunque, di restituirci la speranza ovunque, di essere con me ovunque. Risorto, ci dice Gesù: io sono con te. Io sono con te per sempre.

Allora capiamo Pietro che, nella seconda lettura, irrompe in questa esclamazione: Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove. Sì, siamo ancora afflitti da varie prove, anche dopo la resurrezione di Gesù. La resurrezione non è l’eliminazione delle sofferenze o delle prove. Ma, pur ancora afflitti da prove, già siamo nella gioia. Non la gioia superficiale, triviale, frivola, ma la gioia profonda, la gioia che dimora, la gioia che dà il sapersi capiti fino in fondo, il sapersi accettati, il sapersi amati da esù. E’ la gioia che proviamo quando ritroviamo delle ragioni per sperare. Perché alla fine la resurrezione di Cristo può essere espressa pienamente solo come lo fa Pietro: Il Padre, nella sua grande misericordia, ci ha rigenerati mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva. Per una speranza viva! Questo è la resurrezione: è il trionfo della speranza. Scoprire Cristo risorto in me, scoprirlo nel più profondo della mia solitudine, della mia povertà, della mia sofferenza, della mia miseria, anche delle mie angosce, delle mie paure, anche delle mie disperazioni, anche delle mie depressioni, scoprire Gesù presente lì: questo restituisce la speranza, la speranza viva. E chi spera in Dio non resterà deluso.

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