domenica di Pentecoste

“Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

Quel giorno, o quella sera, non si capisce bene che ore fossero, ma non importa, avvenne una cosa straordinaria, a Gerusalemme. No, non mi riferisco al fragore che viene dal cielo, e nemmeno al vento impetuoso: quelle sono cose normali, in una giornata instabile collocata tra la primavera e l’estate.

E non mi riferisco neppure al fatto che molta gente, a Gerusalemme per la festa di Pentecoste, potesse sentir parlare la propria lingua. Con credenti che venivano da tutte le parti del mondo per offrire le primizie del raccolto al tempio, vuoi che non ci fosse un servizio di traduzione simultanea? Se i fedeli ebrei andavano da Roma all’India, era impossibile che tutti parlassero la stessa lingua. Certo, non era impossibile sentir parlare in persiano, in cirenaico, in arabo o in latino o in greco.

La cosa più strana è che quel giorno, o quella sera, chi parlava tutte quelle lingue erano solo Undici persone, e le parlavano contemporaneamente, perché ciascuno sentiva parlare la propria lingua da ognuno di questi: e soprattutto, erano “Galilei”. Che cosa significava essere “Galileo” a quel tempo? I galilei non erano visti di buon occhio dagli altri ebrei, poiché erano dei ribelli, pronti a una rivoluzione violenta contro Roma, gente che con la violenza risolveva le ingiustizie. Peccatori, quindi: gente che contamina solo a incontrarli, gente da cui bisogna stare sicuramente alla larga se non si vuol perdere la fede e la reputazione.

Eppure, quel giorno, parlavano tutte le lingue del mondo…e tutti si avvicinano a loro per ascoltarli, come incantati. E non parlavano di cose senza senso: parlavano “delle grandi opere di Dio”. Non dimentichiamoci che non stiamo parlando di gente letterata o afferrata nelle Scritture: oltre a essere Galilei, si trattava solamente di pescatori, piccoli artigiani, al più pubblicani, cioè esattori delle tasse per conto di Roma. Comunque, gente poco apprezzata. E per di più, Galilei.

Qualcosa era sicuramente avvenuto, quel giorno. La storia narrata da uno dei loro discepoli dice che furono “colmati di Spirito Santo”, e che l’effetto immediato fu la capacità di parlare lingue diverse contemporaneamente, e di essere compresi contemporaneamente da tutti i popoli della terra.

Tra me e me, rileggendo questo brano, pensavo: “Che bello, sarebbe, se oggi – pur parlando lingue diverse – tutti quanti potessimo comprenderci!”.

Perché, in fondo, non è che la nostra storia sia molto diversa da quella di quei “Galilei”: anche ai nostri tempi, i “Galilei” sono gente semplice, la maggior parte appartenente al ceto medio, e a parte qualche rara eccezione, senza grande preparazione culturale. Di certo, incapace a parlare lingue diverse (a volte si rasenta a mala pena pure quella materna…): e questo nonostante si trovino immersi un una “Babele” di lingue e di popoli diversi. Perché, in fondo, ai Galilei di oggi è sufficiente saper parlare la “propria” lingua (ancor meglio se ristretta al dialetto): se gli altri possano comprendere o meno, poco importa. Prima, è bene che si capiscano tra di loro, e poi gli altri. E difatti, avviene quello che è sotto gli occhi di tutti: non ci si capisce affatto, non si entra in dialogo, non si cerca minimamente di comprendere che cosa l’altro ci voglia dire, per cui…tutti a casa nostra. Facile per noi, che una casa l’abbiamo: meno facile per chi, quel poco di casa che aveva, l’ha perduto per sempre.

E allora, che soluzione abbiamo per questi “Galilei” che si trovano immersi in un microcosmo di culture e di lingue e che faticano a comprenderle? Ognuno a casa propria, così nel proprio territorio ci si capisce? Bella soluzione, non c’è che dire: peccato che non si possa realizzare, perché non tutte queste genti possiedono una casa dove poter essere accolti e amati.

Una soluzione, forse, c’è, anche se poco apprezzata e poco allettante, perché costa fatica: rimanere aperti al dono dello Spirito, invocare una rinnovata Pentecoste che apra il cuore e la mente dei Galilei e li faccia iniziare a esprimersi in lingue diverse. Forse, parlare lingue diverse dalla nostra ci aiuterebbe a capire di più. Forse, parlare lingue diverse ci aiuterebbe a comprendere quella degli altri. Forse, parlare lingue diverse ci obbligherebbe ad ascoltare l’altro, dal quale sempre abbiamo da imparare, e ci aiuterebbe anche a essere capiti dall’altro, che così avrebbe la possibilità di comprendere cosa vogliamo da lui e cosa possiamo offrirgli. E così inizierebbe l’era del dialogo: non di un dialogo “appiattito”, di gente che parla la stessa lingua, ma di un dialogo tra persone diverse, che parlano lingue diverse, che appartengono a culture diverse e che nonostante questo costruiscono un mondo in cui è possibile comprendersi.

Occorre una rinnovata Pentecoste, nella Chiesa e nel mondo, per cambiare mentalità: ci sono riusciti undici rozzi Galilei, non ce la potremmo fare pure noi?

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