Domenica di Pasqua di Risurrezione

Perché Gesù non è sceso dalla croce? Preché non ha reagito agli insulti e alle torture? Perché non si è opposto a una condanna ingiusta e atroce, pur avendone i mezzi e gli argomenti convincenti? In sintesi: perché Gesù ha voluto morire di un supplizio aberrante fra commenti pregiudiziali e le esecrazioni dei suoi avversari?

Risposta: perché dopo la morte doveva avvenire un evento capace di trasformare la tragicità della sua fine, che avesse come obiettivo quello di superare le nequizie stesse della sua morte. Un evento che avrebbe dato origine al mutamento della storia a partire dal sorgere di un fenomeno esponenziale chiamato “cristianesimo”.

Appunto in questo evento, avvenuto nel silenzio, nottetempo e nella forma sottaciuta, si rivela la soluzione ai quesiti di cui sopra: Gesù Cristo è risorto. Con queste parole non si intende dire che un cadavere ha riabilitato improvvisamente l’attività cerebrale, la circolazione sanguigna rimettendo in funzione varie membra dell’organismo, ma si vuol descrivere il fatto determinante di cui gli apostoli, seppure scettici e disorientati, hanno visto alcune tracce: Gesù, avvinto dal sudario e dalle bende, ostruito dalle oscurità del sepolcro che lo imprigionava, occluso dal macigno che ne ostruiva l’uscita, si è liberato da tutti questi vincoli di segregazione e ne è fuoriuscito indomito e padrone. Bende e sepolcro non gli sono stati cioè di impedimento perché tornasse a rendersi visibile e per di più con un corpo glorioso e invitto. Risuscitare da morte, ossia manifestarsi come il Vivente che della morte è il dominatore è stata la risposta più congeniale agli interrogativi di cui sopra, che sono propri della mediocrità della concezione umana: se avesse evitato la tortura e la morte non avrebbe potuto manifestare che la vita sussiste per sempre e che vi è una risposta al problema del dolore e della morte nonostante le tenebre del sepolcro. In altre parole, se Cristo avesse dato ai suoi avversari il “contentino” di scendere dalla croce sbaragliando i suoi avversari, non sarebbe risuscitato e non avrebbe potuto darci la vita per sempre.

La resurrezione di Cristo è infatti un avvenimento che ancora una volta qualifica questi come Figlio di Dio (Rm 1, 3 – 4) e che gli meriterà la glorificazione, l’innalzamento al di sopra di tutte le creature, il recupero pieno della sfera del divino, ma non è solamente un evento circoscritto. Coinvolge tutti noi. Ci avvince del suo fascino e ci ragguaglia del fatto che anche noi siamo interessati alla vita per sempre. Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più. La morte non ha più potere su di lui”(Rm 6, 8 – 9).

Quando il teologo luterano Bonoheffer stava per essere ucciso nel lager nazista in cui era prigioniero, accomiatandosi dai suoi compagni di prigionia, commentava: “Questa è la fine. Per me è l’inizio della vita.” Diceva questo non perché avesse congetturato la possibilità di sopravvivenza fisica o perché credesse in una qualsiasi forma di vita oltre la morte, ma perché era animato da una convinzione di fondo che gli scaturiva da una fede da sempre vissuta e coltivata: Gesù Cristo, Figlio di Dio è risorto dai morti e questo incuteva in lui fiducia e coraggio nell’affrontare l’impiccagione, ben consapevole che non sarebbe stata la fine. Al di là del destino singolare del nostro corpo mortale, siamo consolati nella certezza che in Cristo risorto siamo destinati a risorgere anche noi e che la morte è stata sconfitta.

Il fatto stesso che a distanza di centinaia di anni vi siano persone fiduciose nella prospettiva del trapasso, il fatto che parecchie persone anche ai nostri giorni accettano il martirio e il supplizio della morte cruenta a ragione della loro fede, ci dà la certezza che non soltanto la resurrezione di Cristo è un fatto reale e non di leggendaria mistificazione, ma che essa si attualizza in tutti i tempi e in tutte le epoche e che riguarda il passato e il futuro di tutti gli uomini.

Se Cristo davvero non fosse risorto, non si spiegherebbe il fenomeno di tante persone ancora ben disposte a morire per lui e non avrebbe senso la serenità e la fiducia di innumerevoli persone che si abbandonano al trapasso con risolutezza e confidenza.

Ciononostante, la risurrezione non deve consolarci solamente in merito alla vita ultraterrena. Essa incide anche al presente, riguarda la nostra storia e la nostra attualità, perché il Risorto vive per sempre con noi momento per momento, nient’altro che come Risorto e fautore di vita. In altre parole la resurrezione di Gesù ci da la certezza della sua presenza affinché possiamo vivere in pienezza il nostro quotidiano sospinti e spronati proprio da lui. Scrive Walter Kasper: “Risurrezione corporea significa che l’intera persona del Signore si trova definitivamente presso Dio. Ma significa anche che il risorto mantiene il suo riferimento al mondo e a noi”, che pur essendo innalzato alla destra del Padre e vivendo come l’eterno Glorioso, non cessa di vivere con noi per sempre sotto un aspetto rinnovato, misterioso eppure certo e convincente. Gesù è risorto per essere non solo non solo il Dio eterno e infinito ma anche il Dio con noi per sempre e in ogni luogo.

La presenza di Cristo risorto ci sprona quindi a vivere la vita in pienezza, a investire al meglio ogni istante del nostro tempo, a qualificare noi stessi nella giusta dimensione che non si trova nel peccato e nell’illusione di vivere. La perseveranza nel male è semplicemente la smentita della vita nonché banalizzazione piena della resurrezione, deprezzamento della vita che Lui ci ha dischiuso nella sua morte di croce.

La vita nel Risorto equivale invece alla riscoperta della gioia nonostante le sofferenze e le sfide, alla fiducia e al coraggio nonostante il sistema ci costringa in senso opposto, alla consolazione nonostante prove e afflizioni. Vivere nel risorto significa infatti sperare e persistere fino al successo, poiché nonostante le apparenze la meta potrebbe trovarsi già al prossimo incrocio. Non arrendersi alle difficoltà e alle cattiverie altrui, ma rispondere con serenità e fiducia al male facendo il bene (Rm 12, 21). Nella risurrezione di Cristo che ha vinto la croce si riscontra infatti che il bene trionfa sul male e che non conviene compromettersi con ingiustizie e malvagità. Piuttosto, solo dando amore vi è la possibilità ineluttabile di ricevere l’amore che ci aspettiamo dagli altri e che asseconda le nostre aspettative e solamente il dono di noi stessi agli altri può contribuire a vincere ogni sorta di malessere che serpeggia nel mondo.

Il giorno di Pasqua è in definitiva l’invito che instancabilmente Dio ci rivolge a costruire la nostra società sul fondamento di sole tre virtù possibili: fede, speranza e carità. Che si rendono fattibili appunto in forza della risurrezione e nel solo ambito di essa.

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