Domenica delle Palme

La Grande settimana

I rami di palma, o da noi d’ulivo, caratterizzano questa domenica che dà inizio alla “grande settimana”, durante la quale si ripercorrono gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù. L’ulivo richiama la folla osannante al suo ingresso nella città santa di Gerusalemme, riproponendo il violento contrasto con l’altra folla che pochi giorni dopo, sobillata dai capi del popolo, ne reclama la crocifissione. Una richiesta assurda: chi vi aderiva, o non conosceva Gesù, o poteva averlo visto soltanto fare del bene e sentito pronunciare parole sublimi; in ogni caso non aveva motivo alcuno per volere la sua morte.

Ma tutto, nel resoconto della Passione che costituisce il vangelo odierno, è sconvolgente. Si pensi ai discepoli: sono stati con lui per tre anni, dovrebbero aver maturato nei suoi confronti quanto meno sentimenti di amicizia, e invece Giuda lo tradisce, Pietro lo rinnega, gli altri fuggono.
Si pensi alle autorità: il sinedrio imbastisce un frettoloso processo di cui ha già scritto la sentenza e si arrampica sugli specchi per giustificarla; Pilato dal canto suo abdica ai suoi poteri e con viltà manda a morte un uomo che sa innocente. Si pensi ai soldati, che si divertono a torturarlo con la vergognosa pantomima della regalità da scherno. Si pensi ai passanti e di nuovo ai capi, che non si fanno scrupolo di insultare un uomo morente. In questa vicenda tragica, la più tragica che mai sia stata raccontata, a “fare bella figura” sono solo il manipolo di donne che non si vergognano del loro amore, manifestandolo sino ai piedi della croce, e Giuseppe d’Arimatea, il quale non ha paura di dissentire dagli altri colleghi del sinedrio, e si presenta a Pilato a reclamare quel corpo straziato per dargli decorosa sepoltura.

E lui, il protagonista, di fronte a tanta ingiustizia, ai calcoli meschini dei suoi nemici, all’indifferenza quando non allo scherno per il suo dolore, non una parola di odio, non un moto di ribellione. Colpisce sempre il suo grido prima di morire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ma occorre prestare attenzione: quello che può sembrare un segno di disperazione, chi, come i presenti che l’hanno udito, conosce la Bibbia, sa bene che è solo l’inizio del lungo Salmo 21. Il Crocifisso, negli spasimi dell’agonia, non poteva certo recitarlo tutto; citarne l’esordio significava farlo proprio per intero: e quel Salmo è la preghiera di un giusto perseguitato, il quale costata la tremenda situazione in cui è venuto a trovarsi, ma non gli viene meno la fiducia in Dio. I sentimenti di Gesù restano dunque sino alla fine quelli della sua precedente preghiera nell’orto degli ulivi: consapevole dell’imminente arresto con quanto ne sarebbe seguito, le spalle cariche del peso immane della sua missione, con un tratto che rivela tutta la sua umanità aveva chiesto al Padre di liberarlo da tanto strazio, aggiungendo però subito l’espressione della sua disponibilità: “Padre, tutto è possibile a te: allontana da me questo calice. Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu!”. Sono parole paradigmatiche per quanti in futuro vorranno essere suoi discepoli. Si può essere nel dolore, umanamente è lecito chiedere a Dio di esserne liberati, e nel contempo occorre rimettersi con fiducia alla Sua volontà. Le vie di Dio trascendono spesso l’umana comprensione, ma portano sempre al bene di chi si affida a Lui. Come è avvenuto per Gesù: il vangelo di oggi si ferma alla sua sepoltura; ma la pagina dopo racconta la sua risurrezione.

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