Domenica 2^ di Quaresima

Maestro, è bello per noi stare qui  

Nell’incontro con Dio l’uomo si trasfigura, e come già Mosè dopo il colloquio con Dio aveva un volto raggiante, così per Gesù qui nell’incontro col Padre “il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”.

Il battesimo è l’inizio della nostra trasfigurazione, il cui traguardo sarà anche la trasfigurazione del corpo con la risurrezione. Gesù con la Trasfigurazione ne anticipa il mistero dinanzi alla fede dei suoi discepoli più vicini.

Gesù nella sua preghiera sta “parlando con Mosè ed Elia della sua dipartita (del suo ESODO) che avrebbe portato a termine a Gerusalemme”. L’esodo cioè della morte-risurrezione, il passaggio difficile dalla obbedienza della croce alla glorificazione in cielo. In questo “conversare” di Gesù con le Sacre Scritture (la Legge e i Profeti rappresentati da Mosè ed Elia), egli scopre il suo destino ultimo, quel che sta oltre il guado duro della morte, la sua esaltazione alla destra di Dio. E la conferma della strada giusta intrapresa nell’abbandono al disegno del Padre sta in quell’intervento della Voce: “E dalla nube – segno della presenza di Dio – uscì una voce: Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!”.

Nella coscienza di Gesù avviene uno squarcio di cielo, e qualcosa della sua futura condizione di risorto glorioso appare a se stesso e agli apostoli, che ne rimangono rapiti: “E’ bello per noi stare qui, facciamo tre tende”. Pietro, Giacomo e Giovanni saranno quei medesimi apostoli che dovranno incontrare Gesù al Getsemani, stravolto dal dolore dell’agonia; avevano bisogno di scoprire prima qualcosa della “gloria” nascosta entro quell’umanità fragile e perseguitata di Gesù per poterne sopportare poi lo scandalo della croce.

Pietro capirà più avanti cosa significasse quell’esperienza sul monte che tanto l’aveva affascinato, e così scrive in una sua lettera: “Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: questo è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte”. Testimone appunto della “gloria dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”.

Quando l’uomo cerca di pensare i rapporti tra Dio e il mondo, spesso oscilla tra due esitazioni e due scelte. Una concezione pessimista, dove dice: è necessario che l’uomo muoia, che il mondo finisca per vedere Dio. Una ottimista che dice: è questo mondo qui il Regno di Dio, non c’è da aspettarsene un altro; si valorizza l’uomo e il mondo a scapito di Dio. Invece vi è una terza concezione, quella appunto trasfigurativa, che si può formulare così: questo mondo è sostanzialmente buono perché creato da Dio anche se scombussolato dall’uomo; ha bisogno di risanamento e rinnovamento. Opera questa della Grazia di Dio che in noi è posta essenzialmente col battesimo e che deve crescere in una graduale trasformazione o trasfigurazione. Scrive san Polo: “Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra (cioè la condizione del primo Adamo, destinato alla morte), così porteremo l’immagine dell’uomo celeste (cioè il secondo Adamo, Cristo risorto)”. Appunto dal giorno del battesimo fino al compimento della risurrezione della carne la graduale signoria dello Spirito divinizza la nostra vita assimilandola sempre più a Cristo. Scrive san Paolo: “Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima sua immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore”.

Oggi – come qui è avvenuto per Gesù – abbiamo bisogno dell’intuizione sicura, dataci nella fede, che al di là della sofferenza e della morte ci aspetta un destino di cielo, che cioè anche “questo nostro corpo corruttibile si vestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale si vestirà di immortalità”; perché “se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi”. Cioè un esodo definitivo anche per noi dalla condizione mortale a quella celeste. Ce lo richiama chiaramente san Paolo oggi: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose”.

Quando il nostro pellegrinare di uomini diventa faticoso, quando la morsa di qualche dolore o delusione ci sconforta…, come sentiamo forte il bisogno di questa intuizione di fede, di questo sguardo sul nostro futuro di gloria, simile a quello di Gesù, primizia e promessa d’un nostro medesimo destino! E’ quanto chiediamo nella celebrazione di questo mistero oggi, è quanto veniamo ad alimentare in noi ogni domenica aprendoci alla Parola di Dio, che è “come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori” (2Pt 1,19); e a nutrirci di questo cibo di immortalità che è l’Eucaristia, pegno e anticipo di resurrezione e di vita eterna, già posseduta da Gesù.

Abbiamo così in qualche modo anticipato e certamente meglio capito il Mistero pasquale cui ci stiamo preparando in questa Quaresima.

La voce del Padre: “Ascoltatelo!” risuona oggi fino a noi a suggerirci l’impegno principale di questo “tempo favorevole” in cui più spazio va dato alla Parola di Dio e alla contemplazione di quel volto sul quale brilla la nostra stessa futura speranza di gloria divina!

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