5^ Domenica di Pasqua

Rimanete in me

Rimanere… la parola che viene a sconvolgere i nostri ritmi di vita. Sostare. Riflettere. Assaporare. Quanta fretta nel nostro parlare, nel nostro relazionarci, nel nostro operare… quanta fretta! troppa… non esiste nel progetto di Dio questo termine: fretta… Il tempo in cui il Signore vuol farci entrare è quello della pace, della pienezza, del gustare per poi cercare ancora. Quanto perdiamo nel desiderare sempre ciò che fa già parte di noi non riceve considerazione, non è oggetto di ringraziamento. Sostiamo! Andiamo al passo di Dio! Rimaniamo, prima di partire ancora per nuove mete. Signore, resta con noi perché si fa sera, dissero i discepoli di Emmaus al viandante che aveva con loro spezzato il pane. Restate con me, dice il Signore a noi che siamo sempre in corsa, restate con me, perché si fa sera e la vita volge al declino…!

MEDITAZIONE

Rimanete in me e io in voi. Nella certezza che senza il Signore Gesù nulla possiamo, vogliamo diventare discepoli del vignaiolo… Ci lasceremo abitare dalla linfa di Dio?

Il tralcio che nella vite non porta frutto viene tolto perché sfrutta la linfa. È sempre attaccato alla vite, ma questo non è sufficiente per portare frutti… la linfa che passa deve trovare nel tralcio la forza della generazione, la vitalità del moltiplicarsi… Rimanere nella vite comporta una disposizione particolare: lasciarsi potare. Chi non accetta la potatura, si isterilisce perché la linfa, seppur lo raggiunge, non trova la capacità di vita. Quanta responsabilità nell’accogliere ciò che Dio ci offre. La sola parola “potatura” fa mettere sulla difensiva, quasi una mutilazione a ciò che si è… E invece è dare a ciò che si è la forza necessaria per essere pienamente. Rimanere in Cristo non è scontato per chi ha fede, in quanto il rimanere comporta adesione non al tronco della vite, ma alla logica della vite. Il tralcio sa sé non porta frutto, ha bisogno della vite. Senza Cristo noi non possiamo nulla. I frutti sono la verifica dell’unione con lui. Chi non gusta i frutti della linfa che scorrendo in sé lascia germogliare viticci rigogliosi, si secca e fa la fine di tutto ciò che è inutile: viene bruciato. La linfa della vite, cioè la parola di Dio fatta carne, Gesù Cristo, è la possibilità di vivere della vita divina fino a far propria la volontà del Padre e a chiedere ciò che lui vuole. Unità di sentimenti, unità di intenti, unità di operare: da questi frutti di appartenenza si può vedere quanto siamo discepoli.

Rimanere in Cristo… Diciamo di essere suoi, conosciamo il suo pensiero, e perché non convertiamo le nostre idee, convinzioni, progetti al suo pensiero? Diciamo di averlo incontrato… e perché non viviamo il suo stile di incontro con gli altri? Ostilità, rifiuti, diffidenze, maldicenze non sono stile di Cristo. Mangiando questa linfa speriamo forse di continuare a vivere?! O non piuttosto stiamo avvelenando i nostri giorni perché non potiamo da noi queste modalità di relazione con chi ci accosta?! Cristo è la nostra Pasqua! Se ci piace morire, la croce non ci abbandonerà mai, e sarà per noi condanna… Se ci piace vivere, i due legni della croce diverranno nelle mani di Dio forbici potatoie che, eliminando in noi ciò che è sterile, creeranno spazio alla vita nuova.

Contemplazione

Signore, se i miei occhi guardassero a te invece che alle forbici che hai in mano per la potatura, non avrei paura di ricevere il taglio necessario alla mia crescita. Perché il mio sguardo è fisso a me, alle lame affilate di ciò che sento, e non si alza al tuo volto? Leggerei nei tuoi occhi un grande amore e non avrei più paura di essere un tralcio da “aggiustare”. L’amore che mi conserva come sono mi fa morire, solo l’amore che mi rinnova ed elimina da me il secco mi farà vivere. Ma, chiuso nel piccolo guscio del non sentire male, mi affido alla sterilità del domani, pago di un minuto in più di restare come sto… Quanta piccineria nel mio modo di custodirmi. Quando lascerò a te il compito di fare ciò che è bene per me?!

Stampa Articolo Stampa Articolo