XXXIII domenica del tempo ordinario

Gesù in questa pagina del Vangelo sembra voler terrorizzare i suoi contemporanei con una serie di affermazioni e profezie davvero terribili, proprio mentre essi sono lì sereni e contenti a godersi la bellezza, la grandezza e solidità del Tempio di Gerusalemme, che era, con la sua mole e ricchezza, il monumento delle sicurezze religiose e umane del popolo.

Per Gesù, non solo tutte quelle pietre crolleranno, ma il mondo stesso è fragile e frana, e con lui tutte le sicurezze umane legate a ciò che si possiede, alla salute del corpo e agli affetti famigliari (“…vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo… Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi”)

Gesù fa una profezia, ma chi ascolta queste parole, sia al tempo dei primi cristiani che oggi, sente che non sono una cosa che riguarda un futuro lontano, ma anche l’oggi. La storia umana sembra essere più fonte di paure e inquietudini profonde che di sicurezze e di pace. Terremoti continui, immigrazione incontrollata, crisi economica, violenza e guerre… Sembra davvero che le parole di Gesù descrivano quello che stiamo vivendo oggi, compresi i drammi personali in famiglia e negli affetti più cari.

Allora è la paura a vincere?

Gesù dopo aver descritto quello che accade nella storia, afferma con decisione: “ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”

Di fronte agli sconvolgimenti cosmici e storici un capello viene salvato. La perseveranza è propria di chi non si lascia condizionare dalle paure, ma ogni giorno coltiva la speranza nell’orto del cuore e fa in modo che anche chi gli sta accanto non sia inghiottito dalle paure, che sono a loro volta generatrici di violenza, divisione e guerra, e ulteriore sofferenza.

Per Dio nulla viene perduto, e anche un capello conta. Forse non lo vediamo subito, e siamo tentati ogni giorno a farci guidare dalle paure nostre e indotte da altri (coloro che ci vogliono controllare e usare), ma il Vangelo ci insegna che l’ultima parola nel mondo è di Dio, che è amore, proprio come Gesù ha insegnato.

Le parole del Vangelo ci invitano a non cedere alla paura di quello che succede, ma al contrario ci spingono a trasformare la paura in solidarietà, in vicinanza, in cura reciproca. Gesù sulla croce, nell’imminenza della morte, abbandonato da tutti e per alcuni abbandonato anche da Dio che chiama Padre, ha parole di speranza per il ladrone accanto a lui (“oggi sarai con me in paradiso”) e per coloro che sono sotto la croce (“Donna ecco tuo figlio, ecco tua madre”) e ha parole di perdono e non condanna per il mondo intero (“Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”).

In tutto il racconto dei Vangeli, per coloro che sono nel pianto, nella solitudine, nella condanna, nella povertà Gesù si presenta come colui che sta accanto e scaccia le paure e le angosce.

Questo, nel nostro mondo così precario e fragile, è anche il nostro compito di cristiani. Dai piccoli gesti a quelli più decisivi, nei momenti più drammatici della vita personale e sociale, siamo chiamati a farci coraggio e a ricordarci che nell’amore nulla è perduto, nemmeno con la morte, perché per Dio anche un capello ha un valore infinito.

Gesù ci chiama a non essere coltivatori di facili paure, ma a coltivare la speranza. Proprio in questi giorni, papa Francesco ha ribadito che i muri contro gli stranieri e i migranti non servono a nulla, ma come cristiani dobbiamo costruire ponti fatti di integrazione, solidarietà e amore. E questo non perché siamo degli sconsiderati e pazzi, ma proprio perché pensiamo che la storia umana non è abbandonata a se stessa, ma è ricca della presenza di Dio che è accanto a noi e agisce attraverso di noi.

Il Vangelo scaccia la paura, e negli sconvolgimenti del mondo di oggi ci fa diventare perseveranti costruttori di speranza per salvare la nostra vita e quella del mondo.

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