XXVIII domenica del tempo ordinario

Questa domenica ci confrontiamo con la malattia, nello specifico con la lebbra. Ovviamente ci sono malattie più devastanti e più leggere, ma la lebbra era un mix stranissimo di gravità fisica, sociale e spirituale. In un tempo in cui la scienza medica era ancora “acerba” chi aveva la lebbra si trovava condannato ad una morte lenta, con l’obbligo di stare lontano da tutti i sani e vivere o di fortuna o di carità dei sani, per di più col sospetto di essere colpito dal Signore: niente male.

Questa è la cornice dell’episodio descritto dal vangelo: correttamente i lebbrosi si fermano a distanza e gridano a Gesù in attesa di un qualcosa, forse stanno semplicemente giocandosi un jolly, puntiamo sull’outsider, non si sa mai…

Gesù, seguendo la Legge, li manda dai sacerdoti (erano coloro che riconoscevano la lebbra e quindi stabilivano se mandare fuori dalla comunità, erano anche gli addetti al riconoscimento di un’eventuale guarigione [sotto la dicitura di lebbra entravano anche tutte le altre malattie della pelle: vitiligine, psoriasi e così via]). Come interpretare questo invito?

• Il minimo sindacale: andate un po’ dai sacerdoti, magari vi faranno anche passare (quindi Gesù che non si sporca le mani, non si “sbilancia” per loro)

• Andate dai sacerdoti così ve ne andate (difficile da credere)

• Andate perché io vi guarisco, ma il riconoscimento della guarigione rimane appannaggio dei sacerdoti, così si compie anche la Legge.
Ovviamente è la terza opzione.

I dieci lebbrosi vanno da Gesù, ma ci credono? Forse sì e forse no, da una parte è naturale (non si guarisce dalla lebbra) ma il nucleo del discorso è aprirci al Signore, qui c’è tutto il discorso sulla malattia. Non è Dio che manda le malattie, non ha un cesto di malattie da dover “piazzare” sulla terra; forse l’unico vero e sano modo di vivere la malattia è di avvicinarci a Gesù, esattamente quello che fanno loro. La vicinanza significa chiedere al Signore di aiutarci a comprendere, ma anche quando questo non si realizzasse cerchiamo da Lui che è la vita che non finisce, sentirci amati ci ridona la dignità che la malattia ci toglie, dà senso alla vita che ogni giorno diventa più difficile. Sotto il peso della malattia (o della difficoltà) riusciamo a raggiungere quell’unità nel cuore che ci apre a dire con Maria: eccomi, si compia in me il tuo disegno di salvezza. Questa è la salvezza: arrivare all’unione interiore di testa e cuore (corpo, anima e spirito) che ci fa aprire a Dio, che significa smettere di fuggire all’incontro col Signore per continuare a giocare con i nostri piccoli idoli.

Il miracolo avviene quando uno ha il coraggio di iniziare a credere a quella parola: loro si mettono in viaggio senza segni evidenti di guarigione. Quante volte non ci muoviamo se non abbiamo segni tangibili e incontrovertibili di salvezza e tanti saluti alla fede.

Loro si muovono e questa dà spazio alla parola del Signore di essere accolta e di fare frutto: la guarigione.
A 9 di loro questo basta e avanza, a uno no.

È quello che per un attimo, per grazia di Dio, si solleva dai suoi problemi e dai propri desideri per rendersi conto che aveva appena incontrato Dio in persona che gli aveva ridato la vita. Si pone un dilemma: mi sbrigo a farmi riammettere dai sacerdoti o ritornare da Gesù? Mettersi al sicuro o slanciarsi? Equilibrio o “squilibrio” direbbe papa Francesco? Il decimo, un samaritano, un eretico, uno che era molto meglio perderlo che trovarlo, proprio lui si lascia interpellare da quello che gli sta accadendo: ma veramente quello era il Messia?

Allora vado da lui! E se poi i sacerdoti non mi dovessero più riammettere? Va bene anche così, io mi tengo il Signore. Questa è la parabola della fede: non è conoscere tutte le verità di fede, non avere mai cedimenti morali, dare sempre il buon esempio; tutto questo al massimo va desiderato come una conseguenza. La fede è poter dire: io ti conosco e mi fido/affido a te, con tutti i miei se e i ma, con le mie ferite e le mie gioie, sapendomi infinitamente amato da Te.

Solo così ci sentiremo dire che la fede ci ha salvati veramente: quanto sono buffi, siamo buffi, come cristiani a metà, durissimi su quello che, in definitiva, non ci interessa e mondanissimi su quello a cui teniamo. Oggi il vangelo ci chiede di metterci in cammino, anche con una fede incompleta, anche se interessati, ma dobbiamo almeno darGli una chance di donarci alla Sua grazia, poi Lui sa come fare.

Una parola va spesa su chi sono i lebbrosi di oggi: malati e scansati, forse più correttamente bisognerebbe dire “schifati”, dagli altri; ritenuti scartati anche da Dio. Messi alla porta così che non li vediamo più e siamo autorizzati a non pensare più a loro, una condizione di “pre-morte”.

Chi sono? Chi sono per me? Quali sono quelli che mi stanno intorno e io mi sento autorizzato a ignorare?

Forse la risposta non ci può essere data dall’esterno, forse oggi questo vangelo ci mette sull’avviso che bisogna aprire gli occhi, ascoltare il grido, di chi abbiamo intorno (come nel discorso con il dottore della legge in Lc 10). Imparare a farci prossimi di chi soffre, di quelli che si sono persi è forse quel viaggio che oggi Gesù chiede di fare alla comunità cristiana, ognuno a cercare quel lebbroso sta cercando la salvezza per condividerla e poter andare nel mondo a testimoniare le grandi opere di Dio. Allora tutti oggi si mettono in cammino: i sani verso i malati e i malati verso i sani: Gesù non è venuto a dare una mano di belletto, ma a rimetterci tutti in marcia verso la casa del Padre. E per poterci dire: la tua fede ti ha salvato!

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