XVII domenica del tempo ordinario

Il brano di Vangelo di domenica scorsa si era aperto con l’invito di Gesù ai discepoli a ritirarsi po’ in disparte, in un luogo solitario: un po’ per riposarsi dalle fatiche dell’apostolato, ma un po’ anche per liberare la mente dalle manie di grandezza, dai desideri di onnipotenza, dalla fame di gloria che potevano colpire i discepoli, visti i prodigi e miracoli che avevano compiuto nella loro prima missione. Di fatto, però, il testo chiudeva con qualcosa di diametralmente opposto: altro che riposarsi e stare in disparte da soli con Gesù! Lui e i suoi discepoli vengono immediatamente raggiunti da una folla per la quale Gesù sente compassione e si mette a insegnare molte cose.

Oggi ripartiamo da lì, da questa folla che lo segue perché vede compiere grandi prodigi sugli infermi, e che quasi si dimentica di andare a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua ormai vicina: come se la vera Pasqua (e Giovanni, autore di questo capitolo che ci accompagnerà per un mese, certamente l’ha pensato) non fosse più sul monte Sion, dove era situato il Tempio, ma sui monti della Galilea, regione al confine, periferia del Regno d’Israele e luogo di continue insubordinazioni, dove la folla avrebbe trovato il vero, nuovo Tempio, luogo della presenza di Dio. La situazione finale, però, si ribalta, e ci fa tornare agli inizi del Vangelo di domenica scorsa: questa volta, chi si mette in disparte, tutto solo, in cima al monte, è Gesù. Non ci sono neppure i discepoli, che da questa domenica iniziano poco a poco a lasciarlo solo in tutti i sensi, fino a provocare il suo disappunto, che si manifesterà nell’amara domanda di Gesù, al termine di questo ciclo di domeniche: “Volete andarvene anche voi?”.

Ma nel frattempo, cos’era avvenuto? La cosa più prodigiosa che Gesù potesse fare: dar da mangiare a cinquemila persone. Per di più, in maniera totalmente gratuita e senza che nessuno gli avesse chiesto nulla. Non solo: il modo in cui avviene ha davvero dell’incredibile. Non sappiamo se questa folla avesse veramente fame: certamente Gesù sente fame per loro, sente la loro fame, ma sente anche la fame di salvezza che essi hanno e soprattutto la fame che egli ha di salvarli. E questo – almeno questo – non vuole farlo da solo: vuole farlo con i suoi discepoli, perché avvertano la stessa fame, e soprattutto perché avvertano che la fame non è solo un fatto materiale, e anche quando lo è, non si risolve solo in maniera materiale o economica.

C’è un altro modo, rispetto al potere dei soldi o dei beni materiali, per risolvere la fame dell’umanità: ed è la condivisione. Sì, perché la risposta “monetaria” di Filippo alla provocatoria domanda di Gesù che – ironicamente – parla di “comprare” (quasi a dire “Ma dove vuoi che andiamo a comprare? Qui occorre altro”), è una risposta che quantifica, che monetizza, che cerca di pesare, grammo per grammo, il pezzetto che ognuno potrebbe ricevere dall’acquisto di duecento denari di pane (sei o sette buste-paga di allora). No, non è questione di soldi o di calcoli economici: i soldi non fanno miracoli, e lo sappiamo bene tutti, altrimenti con tutta la moneta e la carta che si stampa in ogni parte del mondo, la fame dell’umanità l’avremmo risolta da tempo! È questione di mentalità: la mentalità che basa tutto sul potere del denaro porta alla frustrazione, non solo perché quei duecento denari non bastano mai, ma perché finiscono sempre e solo nelle tasche di alcuni. Occorre una mentalità basata sulla condivisione, sulla giusta ripartizione delle ricchezze, sulla distribuzione a ognuno di qualcosa. E per fare questo, sono sufficienti i cinque pani e i due pesci di un ragazzo, cioè il suo spuntino, il pranzo di un ragazzo che mai e poi mai avrebbe pensato che con quel poco il Maestro avrebbe dato da mangiare a tutti. È la solidarietà, che fa miracoli; è la condivisione, che fa miracoli; è l’equa ridistribuzione dei beni, il vero potere in mano all’umanità, non quello dei soldi.

Purtroppo, far comprendere questo a una società che vede nei duecento denari la soluzione di tutto, è un’impresa titanica. Ma pensate che sia stato semplice anche per Gesù, far comprendere questo? Pensate che sia riuscito a far comprendere che la condivisione di pochi pezzi di pane è più importante dell’accumulo di molte ricchezze? Per niente: anzi, il motivo per il quale Gesù scappa nuovamente tutto solo sul monte è proprio perché prende coscienza di essere veramente stato lasciato solo da tutti, in questa sua visione del mondo, della solidarietà e della condivisione. La folla – e i discepoli insieme con lei – continuerà a pensare che i problemi dell’umanità li risolve il potere di un uomo, la sua genialità, le sue intuizioni, i suoi soldi (chissà che la folla non abbia davvero pensato che Gesù ha comprato pane e pesci per tutti…), e allora la soluzione più facile è quella di prendere Gesù e di farlo re, capo, comandante, guida suprema: “Menomale che c’è Gesù, ci pensa lui!”.

Forse il populismo, allora come oggi, nasce da qui: dalla scarsa volontà di condivisione, e dalla convinzione che uno solo possa risolvere i problemi di tutti, basta che abbia potere e soldi. Non è così: e finché l’umanità continuerà a pensarla così, rimarrà da sola, perché sarà costretta a fare a meno anche di Dio, che a questa mentalità non si sottomette. A costo di rimanere da solo pure lui.

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