XIX domenica del tempo ordinario

Il Pane che salva

In questo tempo d’estate, mentre in chiesa c’è il rischio che molti rimangano bloccati dalle “ferie eucaristiche”, leggiamo il capitolo 6 del vangelo di Giovanni che inizia con la moltiplicazione dei pani, poi c’è il transito a Cafarnao e lì questa grande catechesi sull’eucarestia. Prima di approfondire dobbiamo spendere una parola sulla cornice del brano evangelico della liturgia di oggi: nel vangelo di Giovanni sono raccontate 3 Pasque, la prima è quella dove il Messia prende possesso del suo tempio e lo riconsacra (l’episodio della cacciata dei venditori e cambiavalute del Tempio!); nella seconda siamo invece qui a Cafarnao; mentre la terza è quella definitiva della Sua Pasqua a Gerusalemme. Quindi, nella prima Pasqua si consacra il Tempio, la seconda è dove si prepara un popolo e la terza è dove Gesù compie la Sua missione. Pochi saranno quelli che lo “accompagneranno” da veri discepoli (Maria e Giovanni) sino in fondo, e tutto si compirà non solo fuori dal Tempio ma addirittura fuori dalle mura Gerusalemme.

Il nostro brano si inserisce nella logica di “preparare un popolo” che sia capace di ragionare ed agire secondo il cuore di Dio seguendo il Messia: alla mancanza di cibo non si risponde come fa il mondo, cioè con un “si salvi chi può!”, come avevano tentato di fare gli apostoli, ma condividendo generosamente le poche cose che si hanno mettendole nelle mani di Gesù attraverso la Chiesa. È perché si rendano conto della grandezza della loro chiamata, del dono che il Signore gli ha fatto, Gesù inizia questa grande catechesi, un discorso bellissimo e difficile da accettare ma che fa da spartiacque tra chi vuole una fede vera – che ti cambia la vita! – e chi invece vuole una fede “anestetizzante” che serve solo ad addomesticare la vita e le sue difficoltà.

Iniziamo a leggere il brano: si comincia con un clima di mormorazione, che ovviamene non è un semplice brusio da sala, ma quello rivolto a Dio e ai suoi progetti che abbiamo letto tante volte nell’Antico Testamento, per chi volesse rinfrescarsi la memoria basta leggere l’Esodo (Massa e Meriba, le discussioni prima del passaggio del Mar Rosso, prima ancora la diffidenza verso Mosè, il vitello d’oro…). La stranezza è che questa volta chi mormora non sono gli ascoltatori “della domenica”, quelli saltuari, ma proprio chi aveva fatto di corsa tutto il lago per ascoltare il “resto della storia”, gente che voleva andare in profondità perché sente che stavolta si è vicini al traguardo, che stavolta è il vero Messia che parla: ma allora perché mormorare? Il rischio è che rimaniamo infantili spiritualmente per cui Dio è bravo solo se fa le cose che voglio io, per quanto giuste e lecite, ma solo quelle che voglio io!

Gesù aveva iniziato a dire che non avevano capito il segno del pane e che dovevano andare oltre e credere in Lui! Già perché è proprio Gesù che ci chiede questo: non di fare i bravi, di fare solo un po’ di bene, specialmente quello che socialmente è apprezzato per metterci a posto la coscienza, ma di prendere la nostra vita e metterla nelle sue mani, proprio come i 5 pani.

Se Gesù è il Signore vuol dire che comanda Lui, che non è detto che tutto mi è chiaro o che Lui debba chiedere la mia autorizzazione o il placet per guidare la storia, non è una voce tra tante: se Gesù è il Signore vuol dire che è Lui che guida ed io lo seguo, proprio come si fa in montagna quando si fa un’escursione e si segue chi conosce il sentiero per arrivare sani e salvi alla meta. Ma essere guidati infastidisce il nostro orgoglio, direi quasi che ci stizzisce, allora si cercano obiezioni tipo: “ma di Lui conosciamo il padre e la madre” diventando così grotteschi perché, dopo aver chiuso il cuore alla verità, si dimostra di non aver capito nulla di Dio, a nulla è valsa la conoscenza delle Scritture e le opere della Legge, si cammina nel buio fitto!

E qui Gesù cerca di smorzare i toni, non vuole assolutamente lo scontro, perché gli vuole bene, non vuole ridicolizzare le loro paure anzi, vuole aiutarli a superarle.

Proviamo a pensare come nella nostra vita il Signore abbia provato o stia provando a farci vincere le difficoltà del cammino verso di Lui: “e tutti saranno ammaestrati da Dio” è una promessa solenne di Dio, è come se dicesse che si prende Lui l’onere di aiutarci, che le tenebre che avvolgono i nostri cuori e le nostre menti sarà Lui a dissiparle al tempo giusto! Quel futuro indica che c’è un tempo che va verso una pienezza, che il fatto che non sia qui e subito non vuol dire che non sarà mai: l’illusione del “mai sarà” è una nostra costruzione con cui ci illudiamo di controllare persino il tempo.

Non ci credete? Provate a dire di pazientare a due che sono in crisi matrimoniale: provate a dirgli che, se ora non ci capiscono più nulla, se ora non sentono nulla l’uno per l’altra, se ora sentono che l’amore è finito, devono camminare nella fiducia e pazientare, devono credere che ci sarà un tempo migliore, che l’angoscia svanirà e arriveranno ad un amore più profondo, perché Dio in persona si prende cura di loro e li porterà nel palmo delle Sue mani: ci crederanno? O dite che preferiranno rimanere pietrificati nel dolore che vivono e fuggire cercando di salvarsi da soli? Chi è il loro Signore: Gesù Cristo o loro stessi? Il Signore della vita o il principio del “adesso si fa così, purtroppo”?

Questa è la vita eterna che Gesù dà a chi decide di credere in Lui, a chi dà una chance a Lui che è il Signore, alla potenza della sua resurrezione e alla verità della sua parola.

Questa è la promessa che sconfigge la morte, da soli non ci salviamo. È una verità così limpida, evidente, che è difficile da mettere in discussione, eppure cerchiamo sempre di risalire a cavallo e di guidare da soli la nostra vita.

C’è un pane che fa vivere per sempre e uno che, mi toglie la fame solo per un’oretta: quanto dura la mia vita? Più o meno di un’ora?

Gesù parla di credere in Lui che dà la vita per noi, è quello che morendo svela il volto di Dio, la Sua fedeltà e la grandezza d’amore: questo è il pane che scende dal cielo e che dona una vita che non finisce.

Allora si capisce il pane miracoloso che dona ad Elia la forza di camminare per 40 giorni e altrettante notti: era la profezia del pane che dà la forza ora di sfuggire alla schiavitù del peccato e alle strutture di peccato che ci opprimono; è quel pane (eucaristico) che viene offerto contemporaneamente al Padre per noi, a favore nostro, per riconciliarci con Dio, pane offerto a noi anche per incontrare fisicamente il Signore.

A “favore nostro” perché oggi Gesù si offre al Padre, primizia dell’umanità riconciliata, è il figlio buono, è così bravo che giustifica tutti i fratelli, la grandezza del Suo amore fa sbiadire le nostre cattiverie, le fonde per farne rimanere solo le cicatrici di grazia, una memoria grata che può dire: veramente tu sei il mio salvatore, la comunione con te mi ha salvato!

Questo è fare comunione con la “carne” di Gesù, con la sua concretezza, con la difficoltà e la possibilità del vangelo, nel dirgli qui e ora: sei Tu il mio Signore, mi fido di te!

Chi ha il coraggio di provare a credere si apre all’incontro con Dio, alla vita che non finisce più, alla vita definitiva, al contrario si rimane nella mormorazione, nella meschineria e nella piccineria del cuore.

Senza Gesù noi non abbiamo la vita eterna: la bella notizia è che è sceso dal cielo per noi, per farcene dono!

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