VIII domenica del tempo ordinario

Sono svariati, in ogni parte del mondo, i modi per festeggiare il Carnevale. Ci sono paesi e città in cui la sfilata dei carri allegorici occupa tempi di preparazione di un anno intero; i balli carnevaleschi di alcune nazioni, con migliaia di comparse per ogni compagnia di ballo, comportano anche anni e anni di prove, con un dispendio di energie a livello materiale che spesso sfocia in indebitamenti e in patti non rispettati, con la conseguenza di rappresaglie violente, e il Carnevale da festa si trasforma in dramma. In America Latina, complice il fatto che ci si trova in piena estate, il Carnevale coincide con il gioco delle “secchiate d’acqua”, spesso ricevute in maniera gratuita mentre ti trovi in auto, in sosta davanti al semaforo!

Da altre parti, si osservano invece tradizioni particolari, molto suggestive e anche ricche di significato da un punto di vista storico, seppure a volte poco condivisibili da un punto di vista etico, quando, per esempio, si coinvolgono animali costretti a gareggiare o a subire inutili torture, oppure quando si spreca cibo (frutta, in modo particolare) lanciandolo dai carri in sfilata. Per carità, vanno rispettate tutte le tradizioni e sono certamente anche da valorizzare, purché, tuttavia, non siano lesi i diritti delle persone, compresa la giustizia sociale.

Nel nostro piccolo, anche nelle nostre realtà locali c’è chi approfitta delle belle e gioiose sfilate di Carnevale per applicare alla lettera il proverbio per cui, in questo periodo dell’anno, “ogni scherzo vale”: personalmente, sono convinto che sia bello festeggiare il Carnevale nella maniera più gioiosa e scherzosa possibile purché tutti e ognuno vengano rispettati nel loro modo di festeggiarlo, senza dover lamentare litigi, incomprensioni, discussioni che negano alla radice lo spirito festoso e gioioso del Carnevale.

Mille modi di festeggiarlo, dicevamo, e tutti diversi tra di loro: ma se c’è una costante, in ogni parte del mondo, è che, per essere festeggiato, il Carnevale deve essere rigorosamente “in maschera”. Da dove derivi questa tradizione, non è facile stabilirlo, perché le maschere sono elementi usati già da molte popolazioni ancestrali anche per scopi rituali. Nella nostra cultura latina, le feste in maschera risalgono ai Saturnali romani, che erano festività in cui venivano rovesciate tutte le gerarchie sociali: gli schiavi potevano (per qualche giorno, e solo per finta) considerarsi liberi e la classe nobile poteva essere derisa. Nella nostra cultura lombardo-veneta, con la maschera sul viso si poteva trasgredire qualsiasi regola e a Venezia, in quei giorni, si era liberi persino di insultare il doge… Questa festa di origine pagana viene recuperata in epoca cristiana nel Medioevo, e la Chiesa decide di collocarla nei giorni immediatamente precedenti all’inizio della Quaresima, tempo di penitenza e di sacrificio nel quale, per quaranta giorni – oltre che a non mangiare carne, da cui l’espressione “carnem-levare”, “Carnevale” – si era costretti a tornare all’essenziale della vita di ogni giorno, a ricercare solo ciò che conta, a “gettare ogni maschera” per avere il coraggio di guardare, come in uno specchio, alla propria vita, senza veli, sotterfugi o “ipocrisie”.

Questa parola, “ipocrita”, mutuata dal teatro greco e riferita all’attore satirico che – in scena appunto con una maschera – poteva insultare i ricchi, i potenti e i politici senza subire conseguenze perché non riconosciuto, mi piace vederla come la protagonista della Liturgia della Parola di oggi; e guarda caso, è collocata proprio al centro, nel cuore del brano di vangelo di questa ultima domenica di Carnevale che, tra pochi giorni, ci affiderà all’austero tempo di Quaresima. Gesù dà dell’ipocrita a chi, invece di guardare alla trave che c’è nel proprio occhio, perde tempo a cercare di togliere la pagliuzza nell’occhio del fratello, assumendo così un atteggiamento tipico dell’attore mascherato che spara a zero sugli altri prima di guardare a se stesso. In realtà, tutto il brano di vangelo ruota intorno a questo concetto dell’ipocrisia, e addirittura parte della prima lettura, dove il saggio Siracide (che ci ha accompagnato anche nelle letture feriali di questi giorni) dice, tra le altre cose, “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. In effetti, l’attore ipocrita veniva “smascherato” dagli spettatori proprio nel momento in cui parlava, perché tutti potevano riconoscerlo dal timbro e dall’inflessione della voce.

E allora, a partire proprio da questa saggia affermazione di Siracide, e a qualche ora dall’inizio della Quaresima, impariamo a gettare la maschera dell’ipocrita e veniamo allo scoperto, prendendo il coraggio a piene mani e guardandoci allo specchio per quello che siamo. Impareremo così, provandole innanzitutto su di noi, a fare molte cose:

impareremo a “setacciare” le persone, e a non giudicarle dalle loro apparenze, da come si vestono quando vanno in chiesa o da che cosa hanno nel carrello al supermercato, ma da ciò che dicono, e soprattutto dalle opere che compiono, perché frutti buoni non possono certo venire da alberi cattivi;

impareremo a lasciarci guidare un po’ anche dagli altri, soprattutto dalle persone sagge che sanno vedere più in là di noi, e che possono essere anche nostri maestri, camminando dietro ai quali non rischieremo mai di inciampare in una buca, cosa che invece ci accade ogni volta che andiamo dietro a qualche ipocrita che pretende di guidarci “mascherandosi il volto”;

impareremo a guardare un po’ di più a noi stessi prima che agli altri, e soprattutto a non considerare i difetti degli altri come ostacoli insormontabili per poter andare d’accordo, quando l’ostacolo peggiore è invece il nostro orgoglio e la nostra presunzione di sentirci a posto;

impareremo che il tesoro più prezioso che le persone hanno non sta nel portafoglio o nella cassaforte, non è nella cultura o nella posizione sociale, neppure nella salute o nella forza fisica, e non è nel carattere deciso o nelle capacità lavorative, manageriali o imprenditoriali. Il tesoro più grande delle persone sta nel loro cuore: e da un cuore buono escono solo cose buone, come da un cuore cattivo escono solo cose cattive.

Belle o brutte, alla moda o vintage, acculturate o senza laurea, ricche o povere, forti o deboli, le persone non si giudicano dalle apparenze, ma da ciò che esce dal cuore, cioè dalle loro opere.

Opere buone vengono da un cuore buono: perché il cuore, la maschera non la mette mai.

Stampa Articolo Stampa Articolo