S.S. Trinita’

La prima tra le Solennità del Tempo Ordinario parte subito forte, e ci mette di fronte a una domanda che è innegabilmente di un certo spessore. Ci chiediamo, infatti, chi è Dio… Una domanda alla quale potremmo rispondere con un’affermazione “da catechismo” quasi mnemonica, come molti di noi hanno imparato: “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra. Dio è ogni perfezione senza difetto e senza limiti, ossia è potenza, sapienza e bontà infinita”. E con questo, siamo a posto: abbiamo definito chi è Dio. Poi, però, si tratta di vedere e di capire – ma soprattutto di “narrare” – chi è Dio per me, chi è Dio nella mia vita. E lì, il discorso si fa più complesso, soprattutto, come accennavo, quando si tratta di “narrare”, ovvero di testimoniare agli altri che cosa Dio ha fatto e continua a fare nella mia vita. Allora, il gioco si fa duro: sia perché ognuno di noi ha la propria esperienza di Dio, e nessuno – per quanto si voglia conservare l’integrità delle verità di fede e dei costumi – può permettersi di giudicare o ancor peggio di censurare l’immagine di Dio di chicchessia; sia perché la nostra medesima esperienza di Dio non è uniforme, ma poliedrica, ha varie storie e vari volti legati alle nostre vicende, alle nostre situazioni di vita, ai drammi e alle gioie che più volte sperimentiamo nell’arco di un’esistenza.

Così come Dio stesso, che nella sua essenza è unico, è una cosa sola: ma il suo manifestarsi nella storia dell’umanità è personale, si manifesta “di persona” all’uomo, e la sua persona non è unica, ed è il Mistero che celebriamo oggi. Va da sé, allora, che le molteplici esperienze di Dio che sperimentiamo nella nostra vita, lo sono perché noi siamo “molti”, sempre diversi, pur essendo una sola persona che calca il palcoscenico della storia; ma lo sono anche perché lo stesso Dio non è staticamente rinchiuso in un libro, in un tempio o in un’istituzione religiosa dove possiamo andare a consultarlo ogni volta che vogliamo, sapendo che rimane immutato e immobile. Dio, il Dio di Gesù Cristo, calca il palcoscenico della storia per noi e con noi, in modo del tutto simile a noi: e lo fa amandoci ed educandoci come un padre, amandoci e giocando con noi come un fratello, amandoci e consigliandoci come un amico che non ci lascia mai. Padre, fratello, amico: è così che Dio si fa presente nella nostra vita, storicamente e nelle piccole vicende di ogni giorno.

Purtroppo, non sempre questo avviene nella serenità e nella pace, proprio come capita nelle migliori famiglie. Anche Dio non è facile da vivere e da sopportare, come del resto non lo siamo noi per lui. Come in ogni famiglia i momenti di serenità si alternano ai momenti di fatica, di sofferenza, di incomprensione reciproca, così anche per noi, familiari di Dio, non ci sono solamente i momenti di grazia nel nostro rapporto con lui: ci sono – e sono pure frequenti – i momenti in cui la nostra fede è tribolata. “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni”: è quanto ci dice Paolo nella seconda lettura di quest’oggi, dove – con tanto sano realismo – ci descrive la vita di fede come un accesso alla grazia, ma anche un accesso alle tribolazioni, e di entrambe ci dobbiamo vantare, perché entrambe (grazia e tribolazione) fanno parte del credere, sono parte dell’essenza stessa di Dio.

Il brano della lettera ai Romani che abbiamo letto è talmente suggestivo nel descrivere la vita di fede, la nostra appartenenza a Dio come risposta di fede alla sua chiamata (questo significa “giustificati per la fede”), che addirittura vi possiamo leggere una descrizione del Mistero che oggi celebriamo (la Santissima Trinità, appunto), come se la vita di fede, la vita nella fede, altro non fosse che un riflesso dell’immagine di Dio Uno e Trino. Paolo, nella seconda parte del breve testo che abbiamo letto, a partire proprio dalla tribolazione, cita tre aspetti della vita di fede che non credo sia esagerato leggere come una manifestazione della vita nella Trinità, quasi fossero tre nomi della Trinità, tre nomi del Mistero di Dio in noi: la tribolazione, appunto, la pazienza e la speranza.

La tribolazione – lo sappiamo bene – fa parte del nostro vivere quotidiano, e si manifesta nelle mille forme della nostra limitatezza umana: dalla malattia alla fatica, dalla persecuzione alla solitudine, dal disprezzo all’isolamento, dall’emarginazione alla morte, ognuno di noi sperimenta su di sé la tribolazione come una dimensione di cui, secondo Paolo, non è opportuno lamentarsi, bensì è necessario vantarsi, perché dietro la tribolazione c’è il lento e paziente lavoro di Dio che sa fare di un motivo di morte un’occasione di vita. La pazienza di Dio Padre che accompagna l’uomo a vivere la tribolazione non come limite, ma come opportunità di salvezza, non è un discorso ipotetico o campato in aria: egli ce ne ha dato la prova risuscitando suo Figlio Gesù dalla grande tribolazione del Calvario, nella quale acquistano senso tutte le nostre quotidiane tribolazioni. E la pazienza produce in noi le virtù, tra le quali ce n’è una che non delude, perché ci apre al futuro e ci dà sempre un motivo per andare avanti: a essa diamo il nome di speranza, a essa abbiniamo quella presenza di Dio nella storia, nostra e dell’umanità, cui diamo il nome di Spirito.

La Tribolazione del Figlio, che non è più sconfitta, ma vanto, a motivo della Pazienza del Padre, ci dona la forza di guardare al futuro nostro e dell’umanità per via dello Spirito di Speranza che ci accompagna nella vita di ogni giorno, riversando nei nostri cuori l’amore di Dio.

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