Domenica V di Pasqua

Dimorare, portare frutti

Gesù vuole fortemente svelare il vero volto del Padre, non fonda una religione fatta di misteri, non fa delle cose di Dio un privilegio per pochi istruiti: parla di pesce ai pescatori, di pecore ai pastori, di vite ai vignaioli.
Parole semplici, chiare, illuminanti, esempi presi dalle vicende quotidiane per spiegare l’assoluto di Dio.
I poveri capiscono, gli umili, gli illetterati. Coloro che hanno il cuore trasparente (o trafitto), un cuore che sente il bisogno di essere riempito, amato, consolato. Anche nel suo modo di parlare, Gesù appare come un appassionato, rispettoso dei nostri limiti, attento alla nostra sensibilità.
Così accade ancora oggi, amico lettore: Dio ti parla attraverso le cose quotidiane.
Gesù è il pastore bello che ci conduce ai pascoli erbosi, gli stiamo davvero a cuore, non come i pastori a pagamento che appena vedono il pericolo scappano a gambe levate.
E proprio perché ci ama, oggi, nella splendida parabola della vigna, ci suggerisce tre atteggiamenti.

Potature

Affinché la vite porti frutto occorre potarla: il tralcio, accorciato nel punto giusto, concentra tutte le sue energie nel futuro grappolo d’uva. Ma il tralcio non capisce cosa sta succedendo, mentre la lama lo taglia, facendolo soffrire.
La vita ci pota in abbondanza: delusioni, fatiche, malattie, periodi giù; è piuttosto inevitabile e lo sappiamo anche se ci ribelliamo, ci intristiamo, fuggiamo il dolore e la correzione.
L’uomo non accetta la fatica e il fallimento inevitabili nel nostro essere finiti, limitati, segno questo della sua Dignità, della sua natura immortale che lo spinge ad andare oltre.
Come viviamo le potature della vita? Il Signore ci invita a viverle nel positivo, come occasione, come possibilità.
Certo, lo scrivo e ne sono perplesso: quanto amor proprio devo mettere da parte, quanta pazienza esercitare, quanto equilibrio mettere in atto per non scoraggiarmi e deprimermi, per non offendermi e prendermela con Dio!
Eppure, è un tragitto obbligato: l’accettazione serena (mai rassegnata!) delle contraddizioni della vita concentra la linfa vitale della mia vita in luoghi e situazioni inattesi e con risultati, credetemi, davvero sorprendenti.
Animo, allora, le potature sono necessarie, così come la grande e dolorosa potatura degli apostoli, ribaltati come guanti, masticati dalla croce, li ha resi davvero apostoli maturi e riflessivi, capaci di annuncio e di martirio e non solo entusiasti e immaturi seguaci di una folgorante esperienza mistica.

Niente

La linfa’ che alimenta la nostra vita è la presenza del Maestro Gesù che abbiamo scelto come pastore. Nient’altro ci può dare forza, serenità, luce, gioia e pace nel cuore.
Solo restando ancorati a lui possiamo portare frutti, crescere, fiorire.
Senza di lui, niente.
Orientiamo con forza e gioia, continuamente, la nostra strada verso la pienezza del vangelo. Gesù ci chiede di dimorate, di rimanere, di stare.
Non come frequentatori casuali, ma come assidui frequentatori della sua Parola.
Gesù ci chiede di dimorare in lui.
Dimora, non andare ad abitare altrove, resta qui accanto al Maestro.
Dimora: nel più profondo del tuo cuore lascia che il silenzio ti faccia raggiungere dall’immensa tenerezza di Dio.
Senza di me non potete fare nulla, dice Gesù.
Cerchi la gioia? Cercala in Dio, vivila in lui, stagli unito, incollato, come il tralcio alla vite.
La linfa vitale proviene da lui e da lui solo e da questa unione scaturisce l’amore.
I cercatori di Dio che si sono fatti discepoli del Nazareno non hanno il futuro assicurato, né la loro vita è esente da fragilità e peccato, né vengono risparmiati dalle prove che la vita (Non Dio!) ci presenta. I discepoli del Signore hanno capito che la vita è fatta per imparare ad amare e prendono lui, il Nazareno, come modello e fonte dell’amore.
E dimorano.

Frutti

Dio è contento se portiamo frutti, come un papà orgoglioso per il proprio bambino, così Dio con me. Gesù ribalta la nostra (brutta) visione di Dio: Dio non è un paranoico invidioso della nostra libertà, che vuole onore e rispetto, solitario e nevrotico dittatore divino.
Dio vuole che cresciamo, che fioriamo, che portiamo frutti.
Frutti d’amore che maturiamo diventando discepoli.
La linfa dell’amore sgorga potente nel cuore di Barnaba, il figlio della consolazione. Figura di spicco della primitiva comunità, manifesta l’amore andando a soccorrere il neoconvertito Saulo. Tutti lo temono (La sofferenza è dura. Ma la sofferenza subita per causa della Chiesa!), non si fidano dell’ex-persecutore convertito.
Paolo è a metà del guado, ha conosciuto il Signore, ma la comunità dei discepoli (fragili, fragili, fragili, quando lo capiremo?) lo evita.
Barnaba lo prende sotto le sue ali, sarà lui a diventare il volto dell’amore di Dio, per Saulo.
Noi, discepoli del risorto, potati dalla vita, se dimoriamo nel Signore porteremo, in questa settimana, frutti di consolazione e di benedizione per i fratelli che vedremo.
Siamo noi il volto del Dio compassionevole per chi incontreremo.
(Sasha, il papà tedesco di cui vi parlavo, è uscito dal coma e sta bene. Continuate a pregare per la sua vita e quella delle persone che ama, discepoli compassionevoli. Sasha, e noi, stiamo a cuore a Dio).

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