Domenica V di Pasqua

Esegesi di Gv 14, 1-12

Chiave di lettura

Mentre fai la lettura, prova ad ascoltare come se tu fossi presente in quell’ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli e le sue discepole. Ascolta le sue parole come rivolte a te, oggi, in questo momento.

Il Vangelo di Giovanni: un tessuto fatto di tre fili

La parola testo vuol dire tessuto. Così, il testo del Vangelo di Giovanni è come un bel tessuto, fatto con tre fili molto diversi e, allo stesso tempo, molto simili. Questi tre fili si intrecciano così bene tra loro che ci confondiamo e, alle volte, nemmeno percepiamo quando si passa da un filo all’altro.

a) Il primo filo: sono i fatti della vita di Gesù, avvenuti negli anni 30 e ricordati dai testimoni oculari, quelle persone che hanno vissuto con Gesù e che videro le cose da lui fatte e ascoltarono le parole da lui pronunciate. È il Gesù storico, custodito dalla testimonianza del discepolo amato (1 Gv 1,1).

b) Il secondo filo: sono i fatti e i problemi della vita delle comunità della seconda metà del primo secolo. Partendo dalla fede in Gesù e convinte della presenza del Risorto in mezzo a loro, le comunità hanno illuminato questi fatti e problemi con le parole e i gesti di Gesù. Così, per esempio, i litigi che avevano con i farisei finirono per influenzare profondamente il racconto e la trasmissione delle discussioni tra Gesù e i farisei.

c) Il terzo filo: sono i commenti fatti dall’evangelista. In certi brani ci resta difficile percepire quando Gesù smette di parlare e quando l’evangelista comincia a fare i suoi commenti (Gv 2,22; 3,16-21; 7,39; 12,37-43; 20,30-31).

Nei cinque capitoli che descrivono l’addio di Gesù (Gv da 13 a 17), si nota la presenza di questi tre fili: quello in cui Gesù parla, quello in cui parlano le comunità e quello in cui parla l’evangelista. In essi i tre fili sono intrecciati in modo tale che il tutto si presenta come un pezzo di rara bellezza e ispirazione, in cui è difficile distinguere cosa sia dell’uno e cosa dell’altro.

Il capitolo 14,1-12: una risposta alle eterne domande del cuore umano

Gv 14,1-4Le comunità domandavano…

«Come vivere in comunità con tante idee diverse?». Gesù risponde con un’esortazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore»! L’insistente ricorso a parole d’incoraggiamento, che fossero di aiuto nel superare turbamenti e divergenze, è segno che ci dovevano essere tendenze molto diverse tra le comunità, poiché ognuna si credeva più veritiera dell’altra. Gesù dice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore»! Non è necessario che tutti pensino allo stesso modo. Quel che importa è che tutti accettino Gesù come rivelazione del Padre e che, per amore suo, abbiano atteggiamenti di servizio e d’amore. Amore e servizio sono il cemento che unisce tra di loro i vari mattoni della parete e fa sì che le diverse comunità diventino una Chiesa consistente di fratelli e sorelle.

Gv 14,5-7Tommaso domanda…

«Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gesù risponde: «Io sono la via, la verità e la vita»! Tre parole importanti. Senza via, non si cammina. Senza verità, non si ha certezza. Senza vita, c’è solo la morte! Gesù spiega il senso. Lui stesso è la via, perché «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»! Poiché lui è la porta, per la quale le pecore entrano ed escono (Gv 10,9). Gesù è la verità perché, guardando a lui, vediamo l’immagine del Padre. «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio». Gesù è la vita perché, camminando come egli ha camminato, saremo uniti al Padre e avremo la vita in noi!

Gv 14,8-11Filippo chiede…

«Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gesù gli rispose: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”». Filippo ha espresso un desiderio che era di molte persone nelle comunità di Giovanni e continua ad essere il desiderio di tutti noi: cosa devo fare per vedere il Padre di cui Gesù tanto parla? La risposta di Gesù è molto bella: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre»! Noi non dobbiamo pensare che Dio sia lontano, come qualcuno distante e sconosciuto. Chi volesse sapere come sia e chi sia Dio Padre, basta che guardi a Gesù. Lui lo ha rivelato nelle parole e nei gesti della sua vita: «Io sono nel Padre e il Padre è in me»! Per il suo modo di essere Gesù rivelava un volto nuovo di Dio che attirava il popolo. Tramite la sua obbedienza, egli era totalmente identificato con il Padre. Ad ogni momento faceva quello che il Padre gli mostrava di fare (Gv 5,30; 8,28-29.38). Per questo, in Gesù tutto è rivelazione del Padre! E i segni o le opere che lui realizza sono le opere del Padre! Alla stessa maniera, noi, per il nostro modo di vivere e convivere, dobbiamo essere una rivelazione di Gesù. Chi ci vede, deve poter vedere e riconoscere in noi qualcosa di Gesù. Quel che importa meditare qui è il domandarmi: «Che immagine mi faccio di Gesù?». Sono come Pietro che non accetta un Gesù servo e sofferente e vuole un Gesù alla sua propria misura? (Mc 8,32-33). Sono come quelli che sanno solo dire: «Signore! Signore!» (Mt 7,21). O sono come quelli che vogliono solo un Cristo celeste e glorioso e dimenticano Gesù di Nazaret che camminava con i poveri, accoglieva gli emarginati, curava i malati, reintegrava gli esclusi e che, a causa di questo suo compromesso con il popolo e con il Padre, fu perseguitato e ucciso…

Gv 14,12La promessa di Gesù.

Gesù afferma che la sua intimità con il Padre non è suo privilegio esclusivo, ma che è possibile per tutti noi che crediamo in lui. Tramite lui, possiamo arrivare a fare le stesse cose che egli faceva per il popolo del suo tempo. Lui intercederà per noi. Tutto quello che gli chiederemo, lui lo chiederà al Padre e lo otterrà, purché sia per servire (Gv 14,13).

Il grande burrone

Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: “Ma chi l’ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!” Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l’altro. Anche lui era nell’interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. “Sarebbe sufficiente accorciarla un po’ e tribolerei molto meno”, si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d’un bel pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la “terra della felicità eterna”. Era una visione incantevole quella che si vedeva dall’altra parte del burrone. Ma non c’erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l’appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo corta e non arrivava dall’altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: “Ah, se l’avessi saputo…”.

La croce è l’unica via di salvezza per gli uomini, l’unico ponte che conduce alla vita eterna.

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