Domenica IV di Pasqua

Esegesi – IV domenica di Pasqua – Anno A

Il Vangelo di questa domenica ci pone dinanzi la figura così familiare del Buon Pastore. Parlando delle pecore del gregge di Dio, Gesù usa diverse immagini per descrivere l’atteggiamento di coloro che si occupano del gregge. Il testo della liturgia si snoda dal versetto 1 al 10. Nel commentario seguente aggiungiamo anche i versetti dall’11 al 18 (anno B), perché, illustrando l’immagine del «Buon Pastore», aiutano a capire meglio il senso di quanto precede. Durante la lettura, cerca di fare attenzione alle diverse immagini o similitudini che Gesù usa per presentarsi a noi come il vero pastore.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura

Il testo contiene tre similitudini legate tra esse:

  • Gv 10,1-5: La similitudine tra il brigante e il pastore.
  • Gv 10,6-10: La similitudine della porta del gregge.
  • Gv 10,11-18: La similitudine del buon pastore.

Contesto per situare il brano

Ecco un altro esempio di come fu scritto e organizzato il Vangelo di Giovanni. Le parole di Gesù sul pastore (Gv 10,1-18) sono come un mattone inserito in una parete già pronta. Immediatamente prima, in Giovanni 9,40-41, Gesù parlava della cecità dei farisei. Immediatamente dopo, in Giovanni 10,19-21, vediamo la conclusione della discussione sulla cecità. E così, le parole sul Buon Pastore insegnano come fare per liberare gli occhi dalla cecità. Con questo mattone la parete rimane più forte e più bella.

Commento del testo

Gv 10,1-5La similitudine tra il brigante e il pastore.

Gesù inizia il discorso con la similitudine della porta: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore»! Per capire questa similitudine, dobbiamo ricordare quanto segue. In quel tempo, i pastori si occupavano del gregge durante il giorno. Con il sopraggiungere della notte, portavano le pecore in un grande ovile o recinto comunitario, ben protetto contro banditi e lupi. Tutti i pastori di una stessa regione portavano lì il loro gregge. C’era un guardiano che si occupava del gregge tutta la notte. Al mattino giungeva il pastore, batteva il palmo delle mani sulla porta e il guardiano apriva. Il pastore arrivava e chiamava le pecore per nome. Le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro di lui verso i pascoli. Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma rimanevano dove erano, perché non la riconoscevano. Ogni tanto, c’era il pericolo dell’assalto. I ladri entravano da una specie di feritoia, togliendo le pietre dal muro di cinta, per rubare le pecore. Non entravano dalla porta, perché c’era il guardiano che vigilava.

Gv 10,6-10 – La similitudine della porta delle pecore.

Coloro che ascoltavano, i farisei (Gv 9,40-41), non capivano il significato di «entrare dalla porta». Gesù allora spiega: «Io sono la porta delle pecore! Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti». Di chi sta parlando Gesù in questa frase così dura? Probabilmente, per il suo modo di parlare dei briganti, si riferiva ai capi religiosi che trascinavano la gente dietro di loro, senza rispondere, però, alle loro aspettative. Non erano interessati al bene del popolo, ma piuttosto ai loro soldi e interessi. Ingannavano la gente e la abbandonavano alla loro sorte. Il criterio fondamentale per discernere tra il pastore e il brigante è la difesa della vita delle pecore. Gesù dice: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»! Entrare per la porta significa imitare l’atteggiamento di Gesù in difesa della vita delle pecore. Gesù chiede alla gente di prendere l’iniziativa di non seguire colui che si presenta come pastore, ma che non è veramente interessato alla vita della gente.

Gv 10,11-15La similitudine del Buon Pastore.

Gesù cambia la similitudine. Prima egli era la porta, ora è il pastore. Tutti sapevano chi era un pastore, come viveva e lavorava. Ma Gesù non è un pastore qualsiasi, è il buon pastore! L’immagine del buon pastore viene dall’AT. Dicendosi il Buon Pastore, Gesù si presenta come colui che viene a compiere le promesse dei profeti e le speranze del popolo. Ci sono due punti su cui insiste: (a) la difesa della vita delle pecore: il buon pastore dà la sua vita; (b) la mutua intesa tra il pastore e le pecore: il pastore conosce le sue pecore ed esse conoscono il pastore. Così il falso pastore, che vuole vincere la sua cecità, deve confrontare la propria opinione con l’opinione della gente. Era proprio questo ciò che i farisei non facevano. Essi disprezzavano le pecore e le chiamavano gente maledetta e ignorante (Gv 7,49; 9,34). Al contrario, Gesù dice che la gente ha una percezione infallibile per sapere chi è il buon pastore, perché riconosce la voce del pastore (Gv 10,4), «Le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14). I farisei si ritenevano infallibili nel discernere le cose di Dio. Ma in realtà erano ciechi.

Il discorso sul Buon Pastore racchiude due importanti regole per liberare i nostri occhi dalla cecità farisaica: (a) i pastori sono molto attenti alla reazione delle pecore, perché esse riconoscono la voce del pastore; (b) le pecore devono prestare molta attenzione all’atteggiamento di coloro che si dicono pastori per verificare se sono veramente interessati alla vita delle pecore, sì o no, o se sono capaci di dare la vita per le pecore. E i pastori di oggi?

Gv 10,16-18La meta a cui Gesù vuole arrivare: un solo gregge e un solo pastore.

Gesù apre l’orizzonte e dice che ha altre pecore che non sono di questo ovile. Esse non odono la voce di Gesù, ma quando l’udiranno, si renderanno conto che lui è il pastore e lo seguiranno. Qui appare l’atteggiamento ecumenico delle comunità del «discepolo amato».

E nessuno è venuto?

Il bambino arrivò a casa in lacrime. Il nonno gli corse incontro e lo strinse tra le braccia. Il bambino continuò a singhiozzare. Il nonno lo accarezzò, cercando di calmarlo.

«Ti hanno picchiato?» gli chiese.

Il bambino negò scuotendo la testa.

«Ti hanno rubato qualcosa?».

«No» singhiozzò il bambino.

«Ma che ti è successo, allora?» fece il nonno, preoccupato.

Il bambino tirò su con il naso, poi raccontò: «Gio­cavamo a nascondino, ed io mi ero nascosto proprio bene. Ero là che aspettavo, ma il tempo passava… Ad un certo punto sono uscito fuori e…. mi sono ac­corto che avevano finito di giocare ed erano andati tutti a casa e nessuno era venuto a cercarmi».

I singulti gli scuotevano il piccolo petto. «Capisci? Nes­suno è venuto a cercarmi».

«Verso sera l’uomo e la donna sentirono che Dio, il Signore, passeggiava nel giardino. Allora, per non incontrarlo, si nascosero tra gli alberi del giardino.

Ma Dio, il Signore, chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

L’uomo rispose: «Ho udito i tuoi passi nel giar­dino. Ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto» (Genesi 3,8-10).

L’episodio riguarda tutti gli uomini di tutti i tem­pi. Soprattutto gli uomini della nostra generazione.

«Dove sei?».

Forse ti sei nascosto. Per paura. Per vigliacche­ria. Per pigrizia.

Ma Dio continua a cercarti.

Dopo aver ascoltato la parabola del tesoro na­scosto nel campo, al catechismo, un bambino disse:

«Dio, per te io sono un tesoro!».

Non era proprio questo il senso della parabola, ma aveva ragione il bambino.

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