Domenica 28^ del Tempo Ordinario

La vita eterna

Ogni parola del vangelo assume un tono particolare se ci sentiamo guardati da Gesù mentre le meditiamo. Non sono parole, sono vita che passa, sono segreti di eternità. Quello sguardo sta a dirci l’attenzione, la cura, la trepidazione per ciascuno di noi. Oggi il tale che lo incontra se ne va rattristato: pensava di fare bella figura perché osservava tutti i comandamenti, si sentiva forte di poter avere tutto, anche la vita eterna, di fare questo grosso affare. Qualsiasi cosa c’è bisogno di fare io lo faccio ? Ma Gesù lo sconcerta. La cosa che gli chiede è di la sciar perdere tutto quello che per lui è importante. Le sue sicurezze, il sentirsi protagonista di qualcosa di grande, come fare a lasciare andare via tutto quello che giorno dopo giorno aveva accantonato? Se ne va. È possibile farlo solo se si guarda a Gesù che ti guarda amandoti. Allora sì, è possibile lasciare tutto il resto. Ma se tu guardi quello che stai lasciando, come pensi di farcela? Lasci delle cose belle, non il male! Puoi seguire Gesù se ti metti a distanza ravvicinata. Lui come calamita ti attrae perché ritrovi in lui pienamente te stesso; ma se ti metti troppo in là la forza di attrazione ti viene dalle tue cose. Guardale! Non sono eterne. Lui sì!

Gesù va per le strade e qui incontra le persone. È a disposizione, si lascia incontrare per togliere la fatica del doverlo andare a cercare, superando quelle forme di ritrosia e di timidezza che avvincono anche l’uomo più adulto quando si tratta di mettersi in gioco con i sentimenti più profondi. Oggi vediamo un tale che corre per andare a incontrare Gesù e si getta in ginocchio davanti a lui, lo riconosce come maestro e gli domanda cose importanti questioni di vita eterna. Peccato che la sua ottica è tutta incentrata sul “fare” che porta a un “avere”. E chiama Gesù buono per accaparrarsene la simpatia. Gesù non ha bisogno dei suoi complimenti e glieli restituisce. Perché mi chiami buono? Dio solo è buono. Come a dire: Io non prendo ciò che non mi appartiene. Tra un po’ mi dirai che non sono buono perché non rispondo a quello che tu ti aspetti da me. Conosci già i comandamenti… E glieli ricorda: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre. Niente di più facile per lui, fin dalla giovinezza ha osservato queste cose! È a posto. Ma non è contento. Chiede qualcosa di più… Su questo desiderio Gesù si sofferma lo sguardo amorevole di Gesù: lo fissa, lo ama e riconosce che è pronto per colmare la misura: Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi! Una proposta che, se accolta, permette di volare negli orizzonti dell’infinità di libertà dell’amore, una proposta impossibile per chi conosce unicamente il vocabolario dell’avere. E infatti quest’uomo si fa scuro in volto e se ne va rattristato. Il regno dei cieli vale molto di più di tutte le sue ricchezze, ma ci vuole coraggio per restare senza niente, quando si ha tutto. Gesù volge il suo sguardo ai discepoli e ragiona a voce alta: è difficile vendere ciò che ti sei costruito un po’ per volta e che senti tuo, è difficile quanto infilare una fune in un ago. E le ricchezze possono essere di vari tipi: comodità, beni immobili, denaro, capacità di farsi strada, affetti. Gesù guarda in faccia lo sconcerto dei suoi e risponde alle loro paure: essi hanno lasciato tutto e sono andati con lui. Chi lascia tutto a causa di Gesù e del vangelo non solo riceverà la vita eterna nel tempo che verrà ma anche, in questo tempo, vedrà moltiplicato tutto quello che ha lasciato perché gli spazi ristretti del suo hanno allargato i confini all’universalità. Non dirà più il discepolo di Cristo: “Questo è mio”. Dirà: “Io sono di Cristo e tutto ciò che è di Cristo mi appartiene!”.

CONTEMPLAZIONE

Signore, ti ringrazio di avermi consegnato oggi la chiave del regno dei cieli. È nascosta nella parola: lasciare“. Ogni volta che lascio qualcosa per te, che faccio esperienza di perdita, avverto che avviene qualcosa di grande, mi sento più leggero, più libero di essere io. Questo dopo aver lasciato, non prima! È lì il difficile, in quel momento di passaggio in cui senti solo il vuoto e non c’è più il “prima” perché lo hai lasciato e non c’è ancora il “dopo” perché deve ancora venire. Quando mi inviti a seguirti, Gesù, tu mi dici che è prezioso per te non ciò che faccio o ciò che ho, ma ciò che sono. Tu vuoi me, per intero. Ciò che faccio è solo un’espressione di me, troppo poco! Ciò che ho in più non è mio, è dei poveri. Se lo tengo per me perdo gli orizzonti e le mie cose mi incatenano fino a che la mia vita intristisce e si spegne.

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