XXVI domenica del Tempo Ordinario
La parabola di questa domenica è talmente chiara e diretta che non ha bisogno di molti commenti. Provo a sottolineare solo alcuni aspetti, sperando di non rovinare la magia e la bellezza delle parole di Gesù.
Il breve testo è costruito in modo geniale: il maestro racconta la parabola, la fa commentare ai diretti interessati e, solo in un secondo momento, fa capire che si stava parlando proprio di loro.
Se proviamo a guardare più da vicino questi due figli, forse scopriremo che qui si sta parlando proprio di noi, di me e di te. Questi due figli tratteggiano due atteggiamenti che inquinano e imbruttiscono la nostra vita.
Il primo figlio riflette tutte le nostre ipocrisie. Risponde bene, è un bravo soldatino, ma poi non combina nulla, appende la zappa al chiodo e punto. É lo specchio della nostra fede superficiale, fatta di riti, tradizioni e preghiere recitate a memoria.
Il secondo figlio riflette tante nostre reazioni spontanea e affrettate, quando il cervello, la lingua e il cuore vivono su tre pianeti diversi. Sbottiamo, e poi ci pentiamo. Proprio su questo punto, per fortuna, vuole insistere la parabola: è possibile ricredersi, rialzarsi e ricominciare. C’è un amore che conosce le mie miserie e non mi giudica, c’è un amore che ama tutto il non-amabile che c’è in me e mi invita a ricredermi, a ritornare sui miei passi e a ricominciare.
Forse è per questo che le prostitute e i pubblicani sorpasseranno gli scribi e i farisei. I primi si sono lasciati amare da Gesù, hanno riconosciuto il loro peccato e si sono rimboccati le maniche. Gli altri, certi di essere giusti e perfetti, sono rimasti a crogiolarsi nella loro presunzione.
Il Vangelo di Gesù è l’annuncio di questa buona notizia: non sei condannato dal tuo passato, non sei prigioniero del tuo peccato, non sei ostaggio dei tuoi errori.
Buon cammino…
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