XVIII domenica del Tempo Ordinario
«Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» (Is 55,2). Il profeta Isaia ci interpella, ci provoca con la sua domanda, per smascherare il grande rischio che corriamo di spendere, anzi di sperperare, da stolti, le nostre energie senza poi raggiungere quella pienezza di cui siamo continuamente affamati e assetati. Così, quando ci sembra di aver finalmente trovato qualcosa, capace di estinguere la nostra fame, rimaniamo puntualmente delusi, perché, in realtà, nulla è in grado di sfamarci davvero. Ciò che sazia davvero, infatti, non possibile comprarlo. Semplicemente perché non è in vendita, ma è gratis. L’amore, la tenerezza non si comprano, eppure ancora ci illudiamo che la felicità, la riuscita della nostra vita dipenda dall’assurda e pericolosa pretesa di prendere e disporre di quello che vogliamo a partire da un potere d’acquisto che nella vita ci siamo conquistati.
E allora, che cosa può saziarci veramente?
La risposta ci viene dal Vangelo. Gesù, raggiunto dalla notizia della morte di Giovanni il Battista, sale sulla barca e va a ritirarsi in un luogo deserto, in disparte. Ma, proprio mentre cerca uno spazio di solitudine per rielaborare gli ultimi pesanti avvenimenti, si ritrova a dover fare i conti con la folla che lo ha seguito a piedi. Questa gente si era messa sulle tracce di Gesù, affrontando tutta la fatica del “pedinamento”, e adesso lo interpella con il proprio bisogno, lo richiama, lo restituisce con forza alla sua missione. Una folla affamata di pane, riaccende nel Maestro – colto in un legittimo momento di crisi e di comprensibile disorientamento – quella fame di compassione che rivela le viscere stesse di Dio, la sua stessa fame.
La compassione… ecco la risposta! È la compassione l’unico nutrimento capace di estinguere la fame del nostro cuore perché ci riconsegna alla nostra umanità bisognosa dell’altro più che del pane stesso. Ma la compassione è un movimento che desidera anche espandersi, che chiede coinvolgimento. I discepoli sembrano spaventati all’idea di doversi fare carico di tante persone affamate e vorrebbero congedarli. «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù ribatte: «Date loro voi stessi da mangiare». Congedare quella gente è la soluzione più logica e indubbiamente più comoda, in modo che ciascuno possa provvedere a se stesso. Nelle parole dei discepoli, c’è il verbo “comprare”. Se uno può comprare per provvedere a se stesso: bene per lui. Gli altri si arrangino come possono. Gesù, invece, sceglie di usare l’altro verbo: “dare”, perché anche chi non possiede nulla, possa avere qualcosa. E lo fa senza pretendere alcun tipo di retribuzione o di tornaconto.
«Voi stessi date loro da mangiare». Lasciate che le vostre mani, troppo spesso chiuse, serrate, che si aprono soltanto per prendere e trattenere, si dischiudano nel gesto dello spezzare e condividere con gli altri. Eccolo il vero miracolo. Non la moltiplicazione, ma la condivisione, capace di trasformare le risorse disponibili (anche se scarse) in una festosa abbondanza per tutti. Ed è in questo misterioso incontro di bisogni, diversi eppure così simili, – quello di saziare e quello di saziarsi – che è nascosto il segreto della felicità, che si moltiplica solo se condivisa. È nel segno dello spezzare e del dare che Gesù costituisce un modo inedito e rivoluzionario di stare al mondo. La scelta di abitare il quotidiano “insieme”, da fratelli e non come figli unici, che ha le sue radici nella Pasqua e rende visibile il volto di Dio e il vero volto dell’uomo che, di Dio, è immagine e somiglianza. Pane spezzato e condiviso che alimenta la fraternità.
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