domenica delle Palme

E se in questa Pasqua ci facessimo il dono di viverla in pienezza? Di desiderarla come Lui l’ha desiderata, ardentemente?

Se decidessimo di abitare ogni attimo di questa Settimana Santa, di vivere questa liturgia straordinaria e immensa capace di lavare i piedi, di farsi Pane per la vita del mondo, di amare fino alla Croce, di entrare nel silenzio della morte, di farne pienezza di vita, vita risorta? Sarà tempo tutto sprecato, non servirà proprio a nulla: esattamente come è l’amore. Uno spreco che a nulla serve. Per questo è necessaria, per questo è vita. Serve invece la guerra, serve l’economia delle armi, serve il potere che nutre se stesso, serve alimentare l’odio e l’emotività, serve creare il nemico. Ma la Pasqua non serve proprio a nessuno: è Lei che si mette a servire, a lavarci i piedi, a restituirci il respiro del tempo.

E se in questa Pasqua ci facessimo il dono di togliere alcune parole dal nostro vocabolario? Io toglierei avverbi come «ormai», «sempre», «mai»: la Pasqua non conosce «ormai», non è mai tardi per la Speranza. La Pasqua non conosce il «sempre»: accorda ancora una seconda, una terza, una quarta, un’infinita possibilità a ritrovarci, a riabbracciarci, a tornare a stringerci la mano. La Pasqua non conosce il «mai»: porta sempre novità, novità di primavera. Toglierei verbi come «dovere», «possedere», «controllare», «misurare»: non è un «dovere» Gesù Cristo, è una necessità vitale. Non «devo» essere, sono chiamato all’autenticità di quello che vivo. La Pasqua non coniuga il verbo «avere», non controlla, non ha in pugno: la trovo nel vento dell’«essere», è nell’eco della libertà che si slancia. La Pasqua non conosce frasi al negativo, non ha bisogno di negare alcunché per essere. Un piccolo vocabolario di Pasqua.

E se in questa Pasqua facessi esperienza di comunità? Sì, ti hanno deluso. Sì, sono come gli altri, se non peggio. Sì, Gesù Cristo è vivo dentro la tua stanza interiore, nonostante gli altri. Eppure, senza l’altro non si vive. Senza qualcuno che dica che esiste un’altra possibilità, un’altra prospettiva, non avanza la vita. Abbiamo espulso l’altro, lo abbiamo cancellato, lo abbiamo bloccato: siamo alla ricerca dell’identico, dell’identico a me. Eppure, Pasqua è festa dell’altro, dell’Altro: di uno che non è identico al mio modo di pensare, di essere, di agire. Proprio per questo suo essere totalmente altro, mi ama.

E se i miei auguri di Pasqua fossero per una piccola resurrezione interiore? Ne ho fatto esperienza di resurrezione, già qui, ora, in questa vita. Tutte le mattine, quando riprende il giorno. In ogni volto ritrovato. Nel perdono. Quando celebro la liturgia dell’umanità. Quando provo ira e spero in un mondo migliore. In una parola condivisa. Quando non mi volto indietro e rimpiango un tempo andato. Auguro a te un breve taccuino, un piccolo scrigno interiore, su cui annotare la piccola resurrezione che desideri. C’è già, è già iniziata, già opera primavera in te.

Io desidero vivere questi giorni di Pasqua come se fossi a Gerusalemme. In quello spazio che mi ha ferito l’anima, desidero ritornare spiritualmente. A Gerusalemme celebriamo, dove è impedito l’ingresso al Santo Sepolcro dal 28 febbraio scorso. Esattamente quel giorno, giorno di inizio di una nuova guerra, vecchia come il mondo, qui in Chiesa si è spezzata la lampada per la pace, quella vicina al Vangelo. Vorrei che potessimo aggiustarla insieme, ripararla come un oggetto prezioso, per una Pasqua di Pace

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