XXII domenica del tempo ordinario

Con la prima domenica di settembre, dopo aver ascoltato per più settimane il discorso sul pane della vita dal capitolo 6 di Giovanni, ritorniamo a leggere il vangelo di Marco, con un brano impegnativo, un dibattito sugli usi della tradizione ebraica e il nuovo stile di vita dato da Gesù.

Intanto riprende un nuovo anno, dopo un’estate forse piena di esperienze nuove, o di solite esperienze…; con giornate rilassanti alternate a momenti di ansia per il futuro, con nuove amicizie o momenti di difficoltà con vecchi amici; con la gioia di stare in famiglia o con la fatica di vivere relazioni familiari spezzate. L’estate è una stagione favorevole per tanti aspetti, ma per altri è un periodo in cui ci possiamo far tentare ancor più da tanti idoli che partono dall’ “io”, dimenticando “Dio”. Per questo motivo la liturgia della Parola di questa domenica è un’occasione per ripartire facendoci delle domande sulla nostra vita da credenti.

Settembre: andiamo. Sì, è tempo di ripartire, consapevoli che non c’è nessuna “grande nazione che ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo”.

Andiamo, evitando le dodici “pericolose” parole che scorrono al termine del brano evangelico che è stato appena proclamato.

Gesù è qui, in questo tempo di ripresa, per metterci in guardia da una vita fatta di esteriorità, “di mani pulite”, a scapito di una vita vera vissuta nel cuore. Anche l’apostolo Giacomo ci invita ad essere tra quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo noi stessi.

È infatti una questione attuale, attualissima, quella affrontata da Gesù davanti ai farisei e agli scribi, davanti alla folla e, infine, davanti ai discepoli e a noi.

I farisei e gli scribi sono le solite vipere che spuntano ambiguamente per trovare di che accusare. Stavolta sono i discepoli nel mirino: “Come mai i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?”.

La folla invece cerca Gesù, per ascoltarlo. I discepoli – e noi con loro – vorrebbero capire, per non correre il rischio di sempre: confondere la tradizione autentica di Dio con le tradizioni degli uomini, confondere la legge con il fardello ingombrante delle interpretazioni umane.

C’è dunque un abisso tra la moralità dei farisei e la vita morale intesa da Gesù.

La tradizione farisaica aveva elaborato una lunga sequenza di norme rituali: tutte incentrate sulle “mani pulite”. La prassi di lavarsi le mani prima di mangiare non era dovuta a motivi igienici (per noi è così, almeno questa è una delle poche regole che i bambini di oggi ricordano: quella di lavarsi le mani prima di mettersi a tavola), ma erano per lo più motivi religiosi. Tornando dai mercati era d’obbligo deporre le contaminazioni immonde, contratte nel contatto con i pagani. Di qui il rito scrupoloso delle abluzioni: lavanda delle mani, dei bicchieri, delle stoviglie e via di questo passo. La moralità farisaica era appagata.

Gesù, non senza severità, recupera le vere radici della vita morale, invitandoci a compiere due passaggi.

Anzitutto il passaggio dalle tradizioni degli uomini al “comandamento di Dio”.

Il tono di Gesù è accusatorio e si manifesta in un’espressione forte: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini”.

Sotto lo sguardo di Gesù ci sono i presunti maestri responsabili della grave confusione, presente ancora in tanti cristiani di oggi, di credere che la vita religiosa consista nell’eseguire formalmente e più o meno perfettamente delle regole (andare a messa, digiunare, pregare, recitare alcune preghiere, osservare i comandamenti), senza incontrare veramente Dio.

La citazione di Isaia, riguarda i “credenti” di tutti i tempi, che riducono la fede alle labbra e alle parole, ma sono con il cuore lontano da Dio.

Gesù dunque invita a un salto di qualità: ricuperare il comandamento di Dio, la sua legge, la sua volontà, accogliendo con docilità la Parola che è stata piantata in noi e può portarci alla salvezza.

Gesù poi sollecita un secondo passaggio: dalle “mani” al “cuore”.

Il confine tra vita morale e immorale non passa attraverso le mani pulite, ma attraverso il cuore, cioè attraverso il mondo interiore dell’uomo, la sua mente, la sua coscienza, il luogo del rapporto con Dio e delle decisioni per la vita. È dal cuore che tracimano tutti i vizi umani.

Marco ne elenca dodici, un numero che esprime totalità, quasi per dire che tutto il male viene dal cuore, dal mondo interiore dell’uomo.

La vita morale, come il vero rapporto con Dio, non ha bisogno di mani lavate ma di cuori purificati. È dal cuore che vengono tutte le virtù.

A lavarsi le mani sono capaci tutti, anche Ponzio Pilato lo ha fatto.

Le mani dell’uomo, di chi lavora la terra, di chi suona, di chi cura i corpi dei malati, del muratore, dell’autista, del sacerdote… tutte si sporcano, tutte devono essere lavate; le mani aperte al dono, alla carezza d’amore, le mani congiunte nella preghiera, come anche le mani chiuse nel pugno che uccide, le mani che torturano, le mani che contano il denaro sporco trafficato o riciclato nel delitto. Tutte, lavate, hanno esteriormente un’identica apparente purezza. Ma la differenza la fa il cuore.

Anche oggi tra i cristiani ci sono tanti che non vivono la fede, ma la recitano. E persino nella recita non importa la trama o il senso della parola o del gesto, ma l’apparenza e l’esteriorità, finché la commedia abbia fine. L’ipocrita non ama la legge, vi si sottopone come chi paga senza amore un debito da cui liberarsi; è uno stile di vita che truffa la vita, la deruba del suo senso.

L’ipocrisia avvelena il cuore dell’uomo, quando esso si chiude alla sapienza del comandamento di Dio.

L’etica dell’ipocrisia, che quella sapienza non intende e non abbraccia, è un’etica che vorrebbe ingannare Dio, un’etica da “delitto perfetto”.

È al cuore dell’uomo che si rivolge la parola di Dio; è nel cuore dell’uomo che essa viene accolta o distrutta; se il “cattivo pensiero” si annida nel cuore, la sua linfa distilla la morte, e l’osservanza del rito è come “un sepolcro imbiancato”.

O Signore, in questa ripresa di anno, e per tutto il tempo che ci darai da vivere, donaci un cuore nuovo…

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