Domenica XIX del tempo ordinario

La storia religiosa di Israele è caratterizzata dalla ricerca di Dio  e da invocazioni individuali e collettive a lui rivolte, perché mostri il suo volto, parli al suo popolo. Tuttavia, nella prossimità di una esperienza di ‘visione’ o di ‘ascolto’ della sua voce, l’Israelita si percepisce inadeguato e incapace a vivere l’intensità di tale incontro con il mistero divino. Quante volte si registra la confessione trepidante di chi esce da un contatto singolare con il suo Signore, chiedendosi se e come   possa ancora restare in vita. Così capitò a Giacobbe, dopo aver lottato con Dio a Penuel (cfr Gen 32,31) e  ad Isaia nella occasione della sua vocazione al profetismo cfr Is 6,5). Dio è oltre lo sguardo umano, è misterioso e inafferrabile, più di quel che la creatura possa comprendere. Eppure- dichiarava S.  Paolo nell’Areopago di Atene – : “Egli non è lontano da ciascuno di noi. In Lui, infatti, viviamo, ci moviamo ed esistiamo” (Atti 17, 27-28). Dio mostrò la sua più piena vicinanza e visibilità a noi  quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). così in Lui abbiamo potuto vedere Dio Padre. E in questa linea cercò di formare coloro che si erano convertiti al Regno di Dio e avevano incominciato a frequentarlo quale loro maestro e –sulla sua chiamata- a seguirlo. Una seconda chiamata sarà poi a riconoscere in lui la sua divinità di Figlio di Dio e in conseguenza il valore normativo del Vangelo.

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